Ma come fanno i marinai – Occhio malocchio.

Questo cargo non è un albergo, no, ma le cabine son pulite, gli asciugamani pure, e se magna, se magna bbène, altro che mensa criminale contro l’umanità. D’altronde, come dice il mezzo-capitano Penguin, quello con la corona-mullet e l’occhiaia dall’accento che più russo non si può, “la vita è amara e sempre bisogna conforto per sopportarla: qui non possiamo bere – stiamo cercando di attuare politica di non alcol per l’equipaggio – donne non ci sono, almeno ho scelto un cuoco buono”. Un vascello insolito, per me almeno, la Sturgeryne, con un nome da farmaco e l’aspetto pure da scatola di pastiglie, una scatola da ottomila tonnellate a vuoto, senza foglietto illustrativo ma piena di roba. La roba, stipata in container, tanta e smaniosa di andare, tornare, muoversi insomma, per far muovere l’economia, perchè la gente consuma, consuma e non ci si può fermare un attimo, al punto che i poveracci a bordo non ce la fanno più e c’è bisogno di avere due galli nel pollaio, cosa mai sentita prima, due capitani sulla stessa nave, a darsi il cambio e non scambiarsi una parola, gelosie gerarchiche.
Per noi una spedizione verticale, per vedere se i miei ultimi tre mesi di lavoro sono valsi a qualcosa, io, il mio capetto e Numero Due siamo pronti a salpare dalle rive del Tamigi, in notturna, alla volta di un posto impronunciabile a sud di Rotterdam. Ci sarebbe di che essere agitati, nervosetti almeno, ma questo giro, ti dirò la verità, non so perchè non avevo poi una gran voglia di farmelo, lasciare a casa te e i miei di conforti, mi ritrovo entusiasta ed eccitato come fossi andato ad una riunione sulle nuove strategie aziendali e la portinara – pardon: receptionist avesse alzato la mano e chiesto se sia possibile avere una minipalestra nei nuovi uffici, o un ombrellone nel giardino, o del cloroformio in faccia per favore. Se non ci capisci molto non ti preoccupare, sempre meglio dei dettagli tecnici del nostro viaggio, decisamente positivi, fregati le mani, fino al mattino almeno, quando dopo due ore di sonno torni sul ponte di comando e scopri che s’è rotto tutto, senza nessun motivo poi, che motivo c’era di rompersi così, davanti a tutti, disco fisso che di punto in bianco muori, come neanche lo zio Tarcisio era riuscito a fare al matrimonio della Norella.
Naturalmente i ricambi ce li abbiamo no, Miotsu?
No.
Ah, eqquindi?
Eqquindi se va accasa.
Eh sì, che fare a questo punto, non resta che salire sulla batmobile del Numero Due, stranamente comunque soddisfatto, e sfrecciare attraverso tre stati verso la batcaverna sotto la Manica, il Canale Inglese lo chiamano qui, dove per centoventi euro e rotti ti fanno parcheggiare in una pattumiera su rotaia e lì ti chiudono ad aspettare di ritrovarti di là. Addio aumento? Mah, forse che sì, forse che no, chissenefrega, non sento bisogno di giustificarmi, i viaggi di lavoro a volte van bene a volte no, poco da fare. Sotto la luce unta e giallastra del tunnel invece, il mio capo si esibisce all’uopo in un volteggio retorico alla corte del quasi-supremo: “mi attribuisco la colpa di tutto questo casino, non avrei mai dovuto permettere a Miotsu di partire senza quel pezzo di riserva”. Che maestria, a qualcuno potrebbe sembrare patetico, infantile, ma nota invece con quale perizia al tempo stesso venga sfoggiata umiltà, senso di responsabilità, paterna difesa del sottoposto, e scaricata la colpa, quella vera e tangibile, sul sottoscritto. Strada da percorrere ancora ce n’e, ma il ragazzo promette bene, la stoffa del dirigente ce l’ha. Io invece, eh mi sa che la sacca devo tenerla pronta, ché presto in mare ci toccherà di tornare.

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