Oggigiorno.

Come ormai da abitudine, mi ritrovo in orario improponibile ad aspettare un autobus in Oxford St., ripensando alle tipe dell’addio al nubilato che qualche notte fa nello stesso posto mi davano in affidamento un grappolo di palloncini madreperlati. Accanto a me, una ragazza in tiro piange a dirotto al telefono, con una tristezza che neppure il miglior Modugno, ed è un peccato davvero: le si rovina il trucco. L’allegra combriccola si allarga poi con l’arrivo di un tizio che sembra uscito da una reclàme di dopobarba degli anni ottanta, evidentemente ciucco e borbottante. Mi chiede a gesti una sigaretta, gliela faccio, lui fiorisce tutto in gratitudine e mi rende partecipe delle sue noie. Milleduecento sterline, l’unica cosa che riesco a capire del suo racconto forsennato in una non meglio precisata lingua dell’est, e mi dispiace davvero perchè il tizio si mette pure d’impegno, gesticola, ragiona, sfodera tutta la sua verve e ignora le mie suppliche: “guarda, non capisco una sega (look, I don’t understand a saw), sono italiano”. “Roma, Milanooo, bellaaa…” a completare il quadretto familiare ecco si materializza da non so dove un etiope altissimo, magrissimo e dai tratti inconfondibili. Confusa invece e alquanto è la sua percezione della storia: “Italianooo, amicooo, Benito Mussoliniii… grandeee” e mi porge un cinque che educatamente rifiuto, sai com’è, per principio, un cinque ad un nero mica glielo posso dare. Finalmente arriva il bus: tra tre ore c’è la sveglia, arrivati a casa meglio farsi una canna.

Beh, meglio farsi un caffè, di quelli strong, al bar della stazione. Ah sì, alla fine poi c’ho parlato alla barista, quella giusta, giusto le ho chiesto come sta e sembrava una mimosa quando la sfiori, però col sorriso, e da allora timidamente ha iniziato a ricambiare. Ma non è cosa buona nè giusta, coltivare un rapporto alle sei del mattino, la mia ragione a quell’ora ancora dorme, e si sa, il sonno della ragione genera mostri. Ecco a voi Calendar Man.

Barista Biondina: “Ciao! Come ti va oggi?”
Calendar Man: “Bene dài – espressione di dolore – beh, insomma, sai com’è, è lunedì…”

BB: “Ecco il tuo caffè, lo prendi singolo vero?”
CM:”Sì, grazie, oggi posso sopravvivere con un caffè solo… – espressione di quasi-sollievo – è mercoledì… il weekend è vicino…”

CM: “Buon-giorno! Come va? Il solito, grazie.”
BB: “Siamo allegri oggi, che succede?”
CM: “Eh – sorriso compiaciuto – è venerdì! Era ora…”

Sono uso pensare a me stesso in termini superlativi, ma alle volte mi rendo conto d’esser proprio deficiente, pur conservando a dire il vero una certa utilità sociale: se lavori in un bar sempre aperto puoi iniziare a dimenticare che giorno della settimana sia.
Venerdì invece, si diceva, non quello compiaciuto però, quello dal sonno biblico. Arrivo in ufficio con occhiaie in lega d’alluminio, maglietta unta – il dentro per di fuori – e faccia spettinata e dopo due anni di cravattato servizio, impeccabile quanto inosservato, mi ritrovo alla scrivania i numeri 1, 2 e 3 della tana delle tigri aziendale. Sto lavorando ad un progetto che scotta, i riflettori sono puntati e non è la solita retorica da rifiuto dell’aumento. Adesso persino il sommo sa come mi chiamo, e se mai hai lavorato con centinaia di colleghi sai cosa vuol dire. Tutto questo perchè quella volta mesi fa sono stato il più veloce nel farmi volontario per il nuovo prodotto, la vita, tutta questione di un attimo. Viene in mente quel film delle porte scorrevoli, che se una perdeva il tram arrivava tardi e rimaneva cornuta, se invece lo prendeva gli davano la multa e per pagarla faceva debiti con un usuraio, aveva un figlio da lei all’hotel Riviera e alla fine riusciva a scappare o qualcosa del genere. L’attrice era gnocca, ma c’aveva un nome con troppe consonanti.

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8 risposte a Oggigiorno.

  1. Maurizio Scrostabarile ha detto:

    E ci lasci così? Senza una fine? Cos’hai fatto ai signori 123? Hai cominciato a prenderti a cazzotti e a spaccare mobili e hai chiamato aiuto? Te ne sei andato con lo scatolone e lo sguardo soddisfatto? E soprattutto, ce lo sai che sta canzone di Modugno fa veramente schifo?

    • miotsu ha detto:

      ero indeciso tra questa versione e l’originale, ma Modugno è decisamente più inquietante. Perchè lo sai che la canzone parla di un usuraio, no?

      • ciku ha detto:

        “cacciatore del bosco” non parlava di un amplesso bucolico.
        “mamma” non parlava di incesto.
        e “piange il telefono” non parlava di usurai.
        son le canzoni che radio capodistria passava cento volte e che ascoltavo in gioventù giocando con delle barbie dai capelli malamente tagliati mentre mia madre cuciva. non rovinerai alcun ricordo.

      • miotsu ha detto:

        mi spiace dover essere io ad aprirti gli occhi sulla cruda realtà del mondo, ma “Il cacciatore del bosco” parla di evasione fiscale – gli uccelletti che non devono cantare… la bella, cioè la guardia di finanza, che deve continuare a dormire… – mentre “Mamma” è una servile manovra di Beniamino Gigli per celebrare il suo ritorno in Rai dopo anni di allontanamento a causa di sue certe uscite poco gradite all’establishment del tempo. ciò detto, non vedo come questo potrebbe mai sfiorare l’intoccabile sacralità dei tuoi ricordi domestici, che francamente invidio: io la barbie non l’ho mai avuta.

  2. Pri ha detto:

    “Italianooo, amicooo, Benito Mussoliniii… grandeee” Muahahahah, sono schiattata qui!!! xD

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