Matriasko.

Mi arrivano dalla finestra gli esercizi del trombettista al secondo piano, ci sa fare con l’ottone, mentre mi stupisco di quante preposizioni diverse possano stare in una frase e ritorna alla mente quel culo che fissavo camminando per strada poco fa. Oscillava regolare, bello punto, largo ma piatto, eppure irresistibilmente magnetico mi ricordava uno dei cuscini del mio letto e ci avrei volentieri appoggiato il capo, chiusi gli occhi e sognato, terre lontane e culi più belli. Un sogno dentro un altro sogno, un gluteo in un guscio di gluteo.
Rimanendo in tema di natiche ambulanti, sembra ci sia un gran parlare di Vasco Rossi giù in Italia, non lo so, non mi arrivano che echi, e francamente non me ne frega un cazzo, ma c’è uno specchio nell’ascensore di casa mia e stasera mi accorgevo per la prima volta di essere vestito come lui, stessa giacca, stesso berretto, stessa collanina scema, a coronare degnamente una giornata di merda. Io dentro il Vasco, il Vasco dentro me, un incubo nel sogno. Sai checc’è, domani mi sa che faccio le scale.

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