Quattro riferimenti alla cucina tradizionale veneta e ode.

“…se due anni fa mi avessero chiesto se preferissi suonare al Water Rats di Londra o da Tomas a Salizzole, non ci avrei pensato due volte, ma adesso che al Water Rats ci sono stato, ti dico che non cambia un cazzo, anzi, da Tomas ti danno pure un risotto”.
La saggezza della bassa mi risuona nelle orecchie, mentre addento i miei 80pence di finto pane gommoso imbottito da mezza fetta imbalsamata di bacon rosa shocking, e penso a quanto se la passano meglio quei muratori che alle dieci affondano i denti in un’imperiale rosetta con la bondola. E non solo, sono un paio di giorni che verso le dieci del mattino mi prende una voglia rapace di polenta, alla griglia, con tutto il suo bel contorno di carnassa abbrustolita, o anche solo un po’ di unto suino, o anche così, sola soletta. Goloso ne cerco immagini in internet, me le guardo com’ero uso fare solo con le ignude donnine, ok, come faccio pure tuttora, poi bevo dell’acqua, per avere l’impressione dello stomaco pieno. No, non sono di nuovo in barca, ma ancora nel Regno Unito contro la buona tavola. La frustrazione verso la mensa aziendale ha raggiunto il suo limite mentre mi riducevo anch’io al pasto standard dell’impiegato britannico: sandwich, bevanda zuccherosa all’aroma d’agrumi, barretta al cioccolato odontoiatramente scorretta. Cose che un uomo non può accettare, urge rimedio immediato, in forma di malinconico tupperware ripieno di riso in bianco, chè il pasto ospedaliero ha pur sempre la sua dignità.
Quando il primo pensiero da sveglio è sigaretta, caro mio, vuol dire che ti sei fatto fregare e ci sei rimasto sotto di brutto, figurati quando invece al suono della sveglia ti viene in mente un porcobbìo. Ma c’è poco di che stupirsi, se non sei quell’uomo su mille che secondo Morandi, era lui?, ce la fa, prima o poi la vita ti incula, matematico, ed è meglio buttarla sul ridere. Mi tengo la pancia a impaccarmi sul pubblico trasporto per ore: cosa c’è di più esilarante di un’ascella che ti si pezza a quindici minuti dall’ultima doccia, e mi vengono le lacrime a tornare a casa che l’è ora di cena in un grappolo semovente di carne morta e lamiera. Chè poi il pendolarismo non è solo la tomba dell’amore, ma una scelta di vita, un lento suicidio interiore verso quello stato di illuminazione e pace assoluta dipinto sul viso da baccalà – quarto e ultimo dei riferimenti alla cucina tradizionale veneta pubblicizzati nel titolo di questo capitolo della mia saga – dell’impiegato appeso alla maniglia. Non si socializza sul mezzo, è maleducazione, ma si osserva, si scruta, si leggono i messaggi del vicino, o della vicina, una tedesca in vacanza, vent’anni di biondezza, gamba lunga e bocce di sfericità e diametro non regolamentari. “Stavo risistemando il telefono, e mi sono accorto che hai completamente ignorato il mio ultimo sms. adesso sei ufficialmente nella mia lista delle bambine cattive 😉 John.” Cancella? Sì… No… Sì! E’ confortante sapere di non essere l’unica vittima dell’indifferenza femminile, e ancor più di non esser ridotto a mandare messaggi così idioti. D’altronde, come ti sarai accorta/o, la mia scrittura ha poco di che invidiare alla decenza, e perfino i miei testi mi si sono rivelati di spessore. Beh, dipende sempre dalla pietra di paragone, no?

Ode al terrone che scrive canzoni idiote sperando di sfondare a Londra.

she… she thinks I’m moving
she… she thinks I’m leaving (home)
she… she thinks I’m bleeding

O terrunciello capellone che te ne stai accanto a me seduto in questo afoso pomeriggio sotterraneo, continua, per favore, continua a nutrire il mio senso di superiorità trafficando come persona cognitivamente compromessa sulla tua dispendiosa tavoletta da scriba del secolo ventesimo primo. Continua a riascoltare quella tua insulsa melodia da te registrata solo in virtù della facilità con cui nella contemporanea frenesia all’acquisto tecnologico si possano lordare supporti elettronici con la propria scadente creatività, ma soprattutto continua a sfoggiare l’infantile semplicità di liriche didascalicamente descrittive della tua inutile personale esperienza di giovane figlio di papà mantenuto nella britannica capitale, senza nemmeno la decenza di radere quella prepubere barbaccia rada e ispida. E in fretta, non perdere tempo, rapido fai correre il tuo unto dito sul magico schermo, a scrivere della pretenziosa convinzione che davvero esista un essere cui ci si possa riferire attraverso un pronome personale femminile, che davvero spenda la totalità del limitato tempo ad esso concesso dalle Parche in inutili speculazioni sulle tue intenzioni e prossime future decisioni (logistiche). Continua a credere che basti infilare una dietro l’altra parole altresì generiche per ottenere non dico emozioni, rivelazioni, riflessioni eterne sull’umana condizione, ma almeno un senso, allo stesso modo in cui continui a credere che basti questo per raggiungere le stelle, per dare compiuta realizzazione ai tuoi sogni nutriti da televisivi miti e disneyane parabole. Continua a credere di avere talento, o che il talento non conti.
Continua a credere che basti crederci, coglione.

Miotsu.

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2 risposte a Quattro riferimenti alla cucina tradizionale veneta e ode.

  1. paola ha detto:

    Dall’Ode in giù sembri Busi. Riprendi fiato!
    Comunque, bello.
    Ciao miòz

  2. Fede ha detto:

    Ma il terrunciello capellone non sarà mica uno scugnizzo che tenta di sfondare con il neomelodico formato inglese? ossignore.
    ciao Miotsu!

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