L’ora dell’amore – Le otto

Ok, lo ammetto:
il lunedì mattina tendo ad essere irritabile e fastidioso, sicchè mi metto a badare a piccole cose che altrimenti non mi sfiorerebbero neppure. Come l’uso perverso degli aggettivi nell’industria alimentare anglosassone. I biscotti che tengo nel cassetto non sono semplici biscotti, bensì lussuriosi biscotti viennesi, le patatine del distributore sono unte, no, volevo dire pienamente saporite, e sul menu della mensa il risotto è delizioso, una vera ghiottoneria. Ci farei pure una risata, se non suonasse tutto come una magnifica presa per il culo, visto che in realtà tutto fa indistintamente cagare. La tendenza ad esagerare del falso-sorridente marketing contemporaneo, che di sicuro non tocca la barista polacca del caffè vicino casa. C’è di che prendere due piccioni con una fava qui, beccarsi del razzista e del sessista con una lagna sola, ma tu dici buongiorno e il grugnito che ti si para davanti già non promette bene. Poi chiedi un macchiato piccolo e te ne se presentano all’appello due e formato fustino del detersivo. La settimana comincia male, poi arriva la manager, donna e dell’est pure lei, e sistema tutto ammonendo la scema con un: non preoccuparti, lui non è inglese, non lo capisco neanch’io quando parla. Mi si perdoni l’espressione, e mi si lecchino pure i testicoli a questo punto, tutta mattina in giro per l’ufficio a chiedere a chiunque mi si presentasse dinnanzi, dirigenti inclusi, un macchiato piccolo, giusto per avere la statistica dalla mia parte, e sembrava il referendum. Donne. Te ne vai tranquillo all’arrosto domenicale del compleanno di tua sorella, in un bel pub in riva al fiume, con il sosia di Gigi Del Neri e una nobile compagnia di giovani donzelle, poi arriva Maria e per tutti la festa comincia, tranne che per me. Quarantadue anni, una figlia e un ex-marito nell’ordine, Satyajit Ray ancora era vivo quando la nostra furia lampadata sbarcava in London dalla ridente Barcelona, ridente da quel giorno in poi. Un pomeriggio intero a sputar sentenze contro la categoria maschile in toto, senza nemmeno il minuto di pausa tra un round e l’altro, un’attrazione circense all’inizio, poi il suono della cattiva televisione mentre mangi, infine il fastidio incondizionato. Esordisce subito chiara e ferma: cazzo, grosso e tanto, due ore al giorno, quello le ci vuole, sai, ha da poco smesso di fumare. Segue un fritto misto di doppi sensi, prima del piatto principale: la summa enciclopedica della saggezza femminile, la celebrazione dell’immensa idiozia della donna da Sex and the city, in virtuosi funambolismi di generalizzazione spietata. E le povere donzelle cadono nella rete abbacinate, la loro mandibola calante ad assumere la tipica espressione trotesca mentre attingono alla fonte dell’eterna giovinezza intellettuale. E le vedi sospirare, le giovini pulzelle, scambiarsi sguardi complici, che dicono molto, mentre i discorsi toccano la riva del fascino dei batteristi, di stronzaggini virili varie ed eventuali, le povere vittime del lupo cattivo. Ma mi si vada in mona. Io volevo solo passare qualche oretta tranquilla con la mia sorellina, prender un po’ d’aria fresca, sparar quattro cazzate in compagnia, mica prendere atto di quanto in basso può cadere l’encefalo femminile. Calma lì, tu, stai calma, mica me la sto prendendo con tutti i cervelli dal doppio cromosoma X, ne ho conosciuti di finissimi, ma se anche tu pensi gli uomini non siano altro che una manica di farabutti, per favore, inizia a meditare il suicidio. Sì, lo so, non dovrei prendermela per cose simili, ricorda: è lunedì, ma pensaci: questa è gente che ha diritto di voto, che sclera e si fa passare i farmaci dalla mutua, che occupa sedili sulla metro. Il mondo non ha bisogno di loro.
Perchè, ragioniamo a freddo, se una tua amica stava con un tizio che si portava le troie a casa, prima che lui se ne scappasse con le trentamila sterline, chi le ha viste mai, che lei gli aveva prestato, e adesso lei bazzica con un avvocato americano, la quintessenza della bugia ambulante, appena uscito da una storia con una ragazzina che aveva giusto giusto la meta dei suoi quarantasei anni, beh, insomma, credo che più che tirare conclusioni sul genere maschile, sia da mettere in discussione il funzionamento del cervello di questa deficente. Nelle relazioni uno trova sempre quello che cerca, i ragazzi in gamba esistono, a milioni, si chiamano Turri, Perazzani, Venturini, Miglioranza, Tagliareni, Summers, Wood, McDonald, Dover, Miller, Venkata, Ramasamy, Tram, Ye, c’ho pure i numeri di telefono se volete.
Io invece, dopo attenta riflessione su quanto predico e quanto poi faccio, ho deciso di fare il birichino…

In guardia bella giovine,
Miotsu…

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

2 risposte a L’ora dell’amore – Le otto

  1. ceci ha detto:

    non ha ritardato più del solito questo post? o sono io che ho sviluppato una blanda dipendenza?

  2. pera ha detto:

    grazie per la citazione 🙂
    ti devo un risotto!!!

Lascia anche tu un Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...