Ma come fanno i marinai – Oro Nero – pt. terza

Surrealismo ad alte latitudini.

Stavanger.
“Dov’è che prendi l’aereo?” chiede il cuoco cortese dalle orecchie lunghe come la faccia, un trittico rubicondo. “A Stavanger.” “Oooh, è pieno di ragazze bellissime là. Ehi, lui parte da Stavanger!”, fà al macchinista tatuato. “Uh, cheddonne!” Anche il buon Sjùr, che ho scoperto è pure un pezzo grosso della sua compagnia, a sentir quel nome è preso dal riflesso: “Belle ragazze. Brave ragazze purtroppo, ma belle.” Una cosa che la vita m’ha insegnato è che, religioni e medicine alternative a parte, difficilmente opinioni così diffuse si rivelano erronee e inevitabilmente la visione che mi si presenta agli occhi appena arrivato è di che perdere i sensi. La seconda città della Norvegia, la perla del litorale nordico, Stavanger è in realtà abbastanza piccola da farti incontrare in aeroporto la gente che la sera prima beveva birra con te al banco del bar della piazza, e da poter essere riassunta dalla cameriera valchiria in una mappa chiesa-fontana-molo. Londra è altro pianeta, e anche in fatto di estetica femminile i numeri hanno il loro peso, ma ciò che veramente rende questo paesotto unico tra tutti i porti che ho visitato è la proporzione, la mancanza di quel brivido di curiosità che ti corre quando all’orizzonte vedi una ragazza camminare verso di te: sarà carina? Sarà bella? Non ti poni domande a Stavanger: tutte, e tutte è una parola che non si può usare con leggerezza, tutte qui sono di una bellezza sconcertante, perlomeno se ti piace il tipo biondo occhio azzurro culo tondo e seno altruista. Che stia sognando? Mi ci vuole qualche ora per riprendermi, poi un po’ io mi abituo, ma gli occhi no e, sarà pure la settimana in mare, se le mangiano ingordi una dopo l’altra. Non devo essere un bello spettacolo no, sfatto e con la barba lunga, conciato come il marinaro che non sono, il berretto sugli occhi e il maglione blu, ma pure le reazioni mi fanno dubitare sulla realtà di questo posto. Sorridono, gli angeli, se li guardi, ti guardano e sorridono, qualcuna addirittura ti dice halo! – dev’essere usanza parlar di videogiochi qui – e sorridono ancora. Sono forse in paradiso? Pure il sushi, fatte le dovute proporzioni, è a buon mercato, beh, se pensi che una birretta da sola ti costa nove euro. Già, il paradiso a caro prezzo, per me povero straniero, ma tutto è pulito, ordinato, la gente è contenta e l’aria buona. Dove sono le telecamere? Quale sarà mai il loro segreto? Beh, ci vuole poco per scoprirlo: basta andare al museo.

Tutto qua.

A far vasche in città ci si stanca in fretta, e l’aereo… mancano ore ancora all’aereo, c’è bisogno di attrattiva, di attività… di cultura! E a Stavanger un museo c’è, mica tanti: il museo del petrolio. Non suona granchè, sarà che sono abituato all’Italia, per non parlar di casa Londra, ma questo abbiamo e questo ci becchiamo. Ed ecco dunque dischiudersi ai miei occhi il grande segreto del benessere formato scandinavo. Diciottesimo produttore al mondo di petrolio e quindicesimo di gas naturale, la Norvegia ha subito una svolta quando una quarantina d’anni fa il primo ministro è salito in elicottero e se n’è andato ad inaugurare la prima piattaforma. La foto dell’illuminato amministratore, e il suo sorriso estasiato, la dicono lunga sulla botta di culo che gli è capitata. La principale differenza coi ben più ricchi paesi arabi è che i norvegesi c’hanno la testa sulle spalle e i soldi che fanno a vender benzina li danno un po’ a tutti. E pure a dividerli non sono comunque pochi: c’è un contatore che gira nel museo, in mezzo a modellini di petroliere e altri giganti galleggianti, ed è la grana che il paese s’è fatta da quando ha iniziato ad estrarre. I milioni corrono veloci, e altrettanto rapidamente vanno a sostenere pensioni, servizi, infrastrutture e investimenti, alla faccia nostra. Una ricchezza berlusconiana, ma che un po’ questi biondoni se la sono pure sudata. In piattaforma ci si sta due settimane, poi un mese a casa, ma sono conquiste recenti, prima la vita era dura per davvero. Prendi ad esempio gli operai subacquei di un tempo: un mese di fila dentro a camere iperbariche, per acclimatarsi, un tavolo, cesso a vista e brande in cui dormire tra un turno e l’altro, dove per turno intendo otto ore nell’acqua gelida, nel buio di quattrocento metri di profondità marina, a saldare l’acciaio. Quando si dice porcobio, al confronto c’è di che invidiare i fortunati che lavorano solo a cento metri, che per risalire devono starsene immobili a mollo per un’ora ogni venti metri. Lavori ben retribuiti, danaro, incidenti e danni permanenti, lavori che definiscono l’espressione pelo sullo stomaco. Ed è grazie a gente come loro che i norvegesi si possono permettere delle playmate che cantano dal vivo all’aeroporto, ti servono un cappuccino quasi decente, dirigono il traffico, raccolgono a mano dal molo le cartine una ad una, mentre aspetto il mio autobus per l’aeroporto. Ammazza chebbionda, forse i cessi li mandano al confino in piattaforma…

La soluzione a tutti i nostri problemi.

Di nuovo a casa,
Miotsu.

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