Ma come fanno i marinai – Oro Nero – pt. seconda

La ballata del Tony Gauci.
Non uso mai nomi veri, come se servisse a qualcosa, ma quando uno si chiama Tony Gauci, come fai a resistere. Tony è un maltese, c’ha sessant’anni o giù di lì, ma la sua pelle ne porta molti di più, e di mestiere aggiusta e mette su i radar. Quando dico aggiusta e mette su i radar, voglio dire che quello fa, non importa come, dove, quando o perchè, in barba alle intemperie, all’ora, alla 626, se c’è un lavoro da fare il buon Tony lo fa, e fatto bene, ovvio. Lo vedo in bilico a trenta metri sopra il molo del cantiere, spelare fili al vento, dopo sedici ore che si è in giro, e penso che certa gente non la fanno più. E non si lamenta il buon Tony, non dice a, fa il suo lavoro e basta, anche perchè prova pure a parlare da lassù, con la sigaretta eternamente in bocca. Ma il meglio di sè Tony lo dà a lavoro finito, quando ci si può pigliare un caffè, lo stuzzico, io, con i quattro racconti dei miei giretti in barca, ma non lo voglio impressionare, no, quel che voglio è farlo venire allo scoperto e uscirsene con le sue.
Fossi un rimatore, ci si potrebbe scrivere un canto, di quelli marinari, da cantare in coro tirando le cime o sventolando i boccali. Qualcosa di barcollante, con un ritornello costante del tipo: svita avvita e mai ei tentenna, arriva il buon Tony e t’aggiusta l’antenna. Tra una strofa e l’altra, le epiche vicende del prode, quanto umile, Mister Gauci, con una c soltanto.
Dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, porto non v’è che non abbia visto all’opera lo scoiattolo tabagista dell’albero maestro, la sua figura alzare eroica una pinza al tramonto. Se n’è rimasto il primo giorno, giusto prima di salpare, per sistemare gli apparecchi, poi è scomparso come Batman, la Spagna lo attendeva, ma un giorno m’è bastato per sognare salgariano di essergli accanto nelle imprese più difficili.
Perchè mica è facile lavorare tre giorni come schiavi, ed esser poi svegliati all’alba da tentati colpi di stato in Pakistan, o doversi prendere un elicottero diretto dalla nave all’areoporto, per non dover passare per le strade di un’Angola in guerra. Purtroppo non è cosa abbastanza frequente una tranquilla manutenzione a qualche yacht di lusso, dieci mesi all’anno in porto, con l’equipaggio che deve solo starsene lì a pulire e lucidare. Anche se poi, dipende pure da dove sta questo super-yacht.

“Avevo appena finito un grosso lavoro, quattro settimane, giù a Singapore. Dovevo tornarmene a casa, mia figlia iniziava ad andare a scuola, e salta fuori un guasto, dove, a Giava, no, scusa, a come si chiama… Sumatra, sì, Sumatra, da qualche parte giù a Giava, no, Sumatra! Allora mi ero alzato alle tre, per prendere il volo per Jakarta e non ero riuscito a mangiare niente, ed è stata una fortuna, perchè poi da là mi sono dovuto prendere uno di quegli aerei piccolini, con un elica soltanto, che mi avevano noleggiato solo per me, e il tempo era tutto, sai, nuvoloni e tempesta. Doveva essere la stagione, ma ero lì su quel trabiccoletto, si faceva sbattere da una parte all’altra, come una foglia, e pensavo che qua non si torna più a casa. Invece poi ci sono arrivato, in questa città che non ricordo, e mi hanno spiegato che ancora ci mancava, dovevo prendere un taxi, dovevo farmi sei ore di taxi. Allora ho preso questo taxi, e dovevi vedere il traffico, buche e gente dappertutto che io non lo so come faceva il tipo, ma era stanco, e lo vedevo. Fuori città ha cominciato a prender sonno, anch’io morivo di sonno, però non potevo dormire, perchè dovevo tenere l’autista sveglio. Ehi amico, sveglia, sveglia, gli facevo e gli dovevo tirare la manica, se no lui si addormentava e cominciava a sbandare di qua e di là per tutta la strada, chè ogni tanto quasi andavamo nel fosso. Poi a un certo punto, lui non parlava bene l’inglese, s’è fermato e non ho capito cosa mi ha detto, mi ha portato in questo posto, dice che è una stazione di polizia e che lui torna indietro perchè è stanco. E io come faccio ad arrivare al porto. Mi fa: domani mattina chiami un altro taxi e vedi che lui ti ci porta. Allora io ho passato la notte in questa stazione di polizia, chè poi mica sono sicuro che era la polizia per davvero, in quei posti non stai mai sicuro di niente e loro hanno cominciato a mostrarmi le armi, hanno tirato fuori tutte le pistole, e i fucili, cosa volevano fare. Io non lo so, le hanno messe tutte sul tavolo per farmele vedere, volevano farmele vedere e hanno cominciato a offrirmi cose da bere e da mangiare ma io non ho preso niente, sai, magari poi volevano qualcosa in cambio. Mi hanno dato un brandina e mi sono disteso, morivo di sonno, ma c’avevo paura, la polizia, a Sumatra, non lo so, e allora non ero riuscito a chiudere occhio. Poi la mattina è arrivato quest’altro taxi e mi ha preso su, e anche questo autista, uh se guidava male, e anche lui chiudeva gli occhi ogni tanto e io non ce la facevo più. Finalmente arrivo al porto e salgo su questa barca di lusso, enorme, che poi non se ne fanno niente, e il capitano mi fa: non riesco a sintonizzare la frequenza, capisci? Sintonizzare la frequenza, ma basta seguire la procedura e fa tutto da solo, guarda, allora io – la voce è un po’ tremula, le braccia di Tony perdono vita e cadono giù – io dico al capitano: il manualeee – sospira – legga il manualeee. Dovevi vedere com’era arrabbiato lui, chè l’avevo sgridato, era incazzato nero. Il manuale, legga il manuale. E me ne sono tornato a casa.”

Tony Gauci, il tecnico radar di Sandokan.

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