Ma come fanno i marinai – Oro Nero – pt. prima

“Ok, siamo arrivati, si scende.”
Alvar butta la sua Lucky Strike nel bicchiere del caffè, si mette l’elmetto e carica lo zaino in spalla. Un biondone di due metri, sulla trentina, Alvar esibisce fiero l’inconfondibile panzetta da birra e uno sguardo che paga i diritti d’autore a Vasco Rossi. Un tipo da osteria, e il capo delle operazioni era proprio lui. Come abbia fatto il suo lavoro, beh, non te lo so proprio dire, io sono cinque giorni che non ci capisco una parola. Adesso ormai sono qui, è notte, in un posto che non so, a un giorno e mezzo dal mio volo. Niente di cui preoccuparsi ok, in un paese civile con un po’ di inglese e una carta di credito aziendale vai ovunque, ma lo stesso faccio al biondo: “e io? Come ci torno a casa?” Lui mi guarda sornione, come per dire respiri piano per non far rumore, e gaudente risponde: “It’s not my problem, ah ah ah.” Stronzo. Sono le due, il cielo è ancora chiaro e il taxi se ne va, bruciando allegro gasolio in direzione Stavanger, là un hotel lo troverò.
Era una settimana fa, quando il capo arrivava alla mia scrivania trascinandosi dietro una sedia. Cose che succedono a chiunque, ogni giorno, ancora ricordo i lamenti dell’arredamento d’ufficio mentre il suo corpo massiccio si spetasciava e lui cominciava prendendola larga:
“Mia moglie mi vuole a casa la domenica, sicchè non posso andarmene in giro.” Neanche mi ero girato, rimettendo a lui le sue responsabilità:”Clausole nascoste del contratto matrimoniale, capo.”
“Sì,” tagliava subito corto, “così stavolta in Norvegia ci vai tu.”
“Alright.”
Come non mi fosse bastata Oslo.
Funziona così: ogni anno questi norvegesi di organizzazione ambientalista e no-profit se ne vanno in mezzo al mare, si guardano bene intorno, chè non ci sia nessuno in giro, poi pisciano fuori cinquanta tonnellate di petrolio, per vedere quanto in fretta riescono a riciucciarselo su tutto, e un po’ anche così, per vedere l’effetto che fa. Vengo anch’io? No, io no. E invece sì. E invece sì. Il volo per la Scandinavia è sabato notte, quando arrivo, a dimostrare che al nord tutto è preciso e funzionale, il sole è già alto e la Jarl è al molo ad aspettare che gli si monti su il radar. Già perchè questo dovrò fare io, vedere se anche col petrolio ci sia da mungere, se i nostri cari figlioletti rotanti ce la fanno a trovare lo sporco impossibile che galleggia sulle onde. Per cinque giorni infiniti in mezzo al mare, assieme al folk norvegese, che l’è come ascoltare Guccini o la Mannoia al contrario, e a una manica di vichinghi. Tra loro, il soave Alvar, il capitano col vocione e Sjùr, il mio compagno di cabina.

Hobbies econordici.

El Sjùr.
Sjùr, sai la novità, è un biondino, che sembra uscito dai Pokemon, con il ciuffo sparato in aria, due fari blu ai lati del nasino roditore e la bolla di tabacco, qui si usa così, piantata sulla gengiva. E come un cartone animato questo piccoletto sfodera un arsenale di gadget e pulsanti segreti che nemmeno Batman prima che la recessione si mangiasse la Bruce Waine Corporation. Lavora per una compagnia del posto lui, fanno telecamere per scrutare i dettagli delle onde alla ricerca di gente che fa il bagnetto controvoglia, ed è qui per lo stesso mio motivo. Ma il suo motivo è rivestito della magnificenza scandinava: maglietta in tessuto altamente tecnologico con il logo aziendale, biglietto da visita plastificato e apparecchietti rivestiti di lucine natalizie che spuntano da ogni sua tasca. Per non parlare del portatile milionario che non si può nominare. E gira e ruota e corre e saltella, mai sta fermo tra mille schermi e collegamenti satellitari con casa madre, la guardia costiera, la bocciofila di Trondheim. Sempre se ne sta a lavorare, instancabile come elfo di Babbo Natale.

Io invece, che devo fare, faccio l’italiano in guerra. Pigro premo un pulsante, poi m’abbiocco, poi esco a fumare, mentre attorno a noi succede di tutto e sembra il mondo dei film dell’azione. Pure ho i miei buoni motivi, culturali e genetici, non guardarmi così. Banchetta, il Sjùr, spezzatini e polpettoni, alla tavola del capitano, conversando amabilmente con quelle buffe vocali che hanno i tizzi quassù. Io me ne sto da solo invece, pane e insalata, sperando bene. Perchè il mare del Nord non scherza, e fin dalla prima notte ti fa capire chi è, mentre romantico abbraccio il water della mia cabina. Certa gente non soffre il mal di mare, certa gente si abitua col tempo, certa gente io. Tocca di prender pastiglie, e poi è come andare in giro col freno a mano tirato, ovunque ti siedi cala barbara la palpebra. Cinque giorni in mezzo al mare: dieci ore a lavorare, quattordici in branda. Un po’ pure chissenefrega, quel che dovevo fare, raccoglier dati e fotografare qua e là, l’ho fatto, e se qualche scatto m’è venuto male, lo chiederò al Sjùr, che sfoggiava il teleobiettivo, lui, mica la mia macchinetta del Dixan. Andiamo a farci due chiacchiere col cuoco curiosone, va’. Fosse almeno rimasto qui Tony…

Notte fonda.

– continua –

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4 risposte a Ma come fanno i marinai – Oro Nero – pt. prima

  1. ceci ha detto:

    che romantico…

  2. Fede ha detto:

    Buon lavoro!!! (sorniona gh).

  3. Pingback: E vantiamocene. | Pomeriggio ore sei.

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