L’ora dell’amore – Le sette

Un caffè please.
Lasciamo perdere cosa ci facessi io, alle cinque e cinquanta di un giovedì mattina, nel Mac di Bayswater Road, e concentriamoci piuttosto sul motivo di esistere di quel ragazzino in giacca e cravatta neri, con l’occhio azzurro e il capello d’artista, che se ne stava a consumare la peggiore colazione che Londra possa offrire, seduto di fronte a due bottiglie di whisky, ancora sigillate. Una giornata da ricordare immagino, per lui come per quel camionista che vedo sorridere in un letto d’ospedale dalla seconda pagina del giornalino gratuito. Sembra che in qualche modo sia riuscito a piantarsi lo spillo di un compressore nella chiappa e gonfiarsi la panza a sette atmosfere. Affabile direi che evidentemente il lavoro lo mette un po’ troppo sotto pressione, è una battuta idiota, lo so, ma il mio vicino di scrivania è di bocca buona e ride lo stesso. Intanto, mi passano accanto due colleghi, del reparto militare, visibilmente eccitati per i nuovi orizzonti del loro software, ma per quanto sia del tutto lecita la passione per quel che più piace, sento che c’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato, perverso, malato addirittura nell’entusiasmarsi a quel modo per del codice informatico. Perchè non stiamo parlando della soddisfazione nel vedere un lavoro fatto, fatto bene, della speranza in ricompense materiali o molto più probabilmente morali, ma dell’intimo amore che lega certi individui alla sterile esecuzione di istruzioni binarie e che li spinge ad accalorarsi al punto della commozione di fronte alle fredde emissioni di uno schermo piatto. Davanti a questa manifestazione di inumanità quasi riesco a dare un valore a chi nutre la stessa passione per le vicende sportive di una società del pallone – decisamente più insensata della simpatia personale e sportiva per un campione. Ma quello che più mi preme in questo momento è che cazzo ci sto a fare io, in mezzo a questa gente che c’ha i problemi nella testa. Basta, io voglio fare l’italiano a Londra, andare a lavorare in un bar come tutti, far ballare le gambe tutto il giorno per una paga disonesta e toccare il culo alle colleghe polacche. O ancora meglio farmi mantenere a distanza dal babbo dentista, ecco, questa sì che sarebbe una dritta, un padre dentista, o genericamente abbiente. D’altronde per cosa credi tutti quei poveracci d’indiani passino la vita dietro il banco dei loro minimarket, 24 su 24, 7 su 7, se non per permettere ai loro figli di sputtanar tutto in cellulari astrocosmici e auto improponibili. Il ciclo della vita, il respiro dell’economia: una generazione risparmia, quella dopo sperpera, palla al centro e pedalare.

This week’s pollastrels.
Tina è una tipina carina, ha i capelli di un colore improbabile, gli occhi di cielo e un sorriso di neve al sole. La si incontra così, per caso, in virtù di quella naturale disposizione che attrae i compatrioti all’estero fuori dai locali alle tre del mattino. A Mr. Black stringe la mano ma non si presenta, io non mi perdo in formalità e mi faccio quattro chiacchiere dirette, poi arriva anche Mr. Pink e la vedi sbocciare, lo sguardo aprirsi ebete, le ciglia allungarsi infinite fino a baciarlo. E’ il segnale: è fatta, Mr. Pink, chiavi in mano, sforzo zero. La vecchia signora Ye mi diceva gli uomini s’innamorano con gli occhi, le donne con le orecchie, ma qui non siamo in Cina e risuonano nella mente le parole di pietra di uno dei maggiori esponenti del pensiero occidentale, Joey DeMaio dei Manowar, che quindic’anni fa – quasi me l’ero scordato – istruiva le folle del metal coi brufoli. Non importa se sei la più grande rockstar vivente o un Joe Normal qualunque, una donna sa, sa dal primo momento che ti vede se ti scoperà o no. Riecheggia irremovibile il commento del Doms: no. E questa volta non ci sono scuse: è no.

Pensieri e ottimismo a ruota alta, mentre lentamente mi accascio e forse pure mi addormento, sul pavimento di questo simpatico ascensore. Un pomeriggio scorrevole, a girare i bar di Camden, qualche litro tranquillo e a casa ch’è l’una soltanto. Poi premi per il quarto piano, le porte si chiudono, conti fino a tre e tutto si ferma. Povero tecnico, c’ha famiglia lui e se ne stava già a dormire, da qualche parte fuori Londra, e m’è toccato di svegliarlo, farlo vestire e salire in macchina per venirmi a tirar fuori. Già un’ora ormai, le bestemmie son finite, chiudiamo un po’ gli occhi va’.

Notte,
Miotsu.

Arrivo subito,
il Tecnico.

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Una risposta a L’ora dell’amore – Le sette

  1. Maurizio Scrostabarile ha detto:

    Sei sempre più meglio.
    Spero che poi sia arrivato, il tecnico.

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