L’ora dell’amore – Le sei

Dio è morto,
è di fronte ad eventi come questi si squarcia il velo della mia infima venale piccolezza. Sì, perchè nella mia inesorabile deriva verso gli usi e costumi locali, ho cominciato pure a pensare al, meglio: a pesare il, il vile danaro. Sarà che di tante impreviste spese si arricchisce periodicamente il mio bilancino mensile, sarà che lo stile di vita del playboy di scarso successo è intrinsicamente impegnativo dal punto di vista finanziario, e fisiologico pure, quando m’arriva gentile la letterina della banca, piuttosto che aprirla preferirei mangiarla per eliminare le prove delle mie mani forate, altro che stimate. Quando si dice senso della responsabilità. Eh sì perchè che fai, ti ritrovi in giro e il portafogli te lo ritrovi in mano senza neppure accorgertene, che per averlo più comodo lo trasferisci dalla tasca interna del giacchino alle brache, e vedremo che nello svolgersi degli eventi questo dettaglio si rivelerà di vitale importanza. Poi ci vuol poco a svuotare il serbatoio, qua dopo le nove di sera scende il coprifuoco sul risparmio e ti fanno pagare pure le scorregge, il privilegio di respirar le loro, intendo, tanto per scadere in facile umorismo di cattivo gusto. Come non bastasse spendere cifre esorbitanti per entrare in locali senza neppure un servizietto incluso, come non fosse sufficiente spillarti il sangue per riempirti un bicchiere di plastica di birra che tanto subito la spandi ovunque o, triste presagio, passa una tipa e se lo porta via, rifugiandosi nel negrone-sorvegliato bagno delle femmine. Non basta no, invece, pure il guardaroba ti fanno pagare, e la cosa i britannici proprio non la mandano giù. Così ognuno si arrangia come può: c’è chi se ne va in giro in maglietta in febbraio per non aver fardelli, c’è chi, come me, la giacca se la fa inculare da uno sgabello per non doversene preoccupare più. Ci si sente leggieri dopo, e non vale la pena prendersela, in fondo, solo un giubbo artigianale in vera pelle direttamente dalla madre patria, un pacco di tabacco da dieci pound, un aipodo con gli emmepitrè del corso di portoghese, e il suo astuccetto fatto a mano dalla cara ex-suocera. Beh, in fondo era tempo lasciarsi il passato alle spalle, spalle scoperte. A scaldarti, una vivace manifestazione di pinte, almeno dieci a sentire l’organizzazione, cinque secondo la questura, comunque abbastanza per superare la zona rossa e ipotecarti un estintore in testa il giorno dopo. Così ti svegli il sabato mattina, ti infili le brache e te ne esci a comprarti una giacca di tela. Poi giusto il tempo per buttar giù un paio di bestemmie sul librofaccia, scambiar quattro chiacchiere con la donna della mia vita e andarsene in Brick Lane, la via degli indiani, a suonar per strada. Dopo certe nottate ti svegli e dici a te stesso, con la voce affumicata di un sax baritono, che è ora di chiudere la saracinesca, darsi un tono, per lo meno umano, e ricominciare a scriver stronzate sul tuo blog. Dura mezz’ora. La missione in East London invece un po’ di più, chè dopo qualche ora a farsi dar monetine, latte di birra e cacciaviti per sistemar l’attrezzatura, ci si ritrova al bar, e la sinfonia ricomincia. Ora, il mio equipaggiamento, mai me ne sono lamentato, consiste di: basso malandato in custodia morbida, chilogrammi quattro, amplificatore trenta vats su carrellino in fil di ferro, chilogrammi trenta, batteria da carrozzella elettrica in zaino seven delle superiori di mia sorella, chilogrammi venti. E ancora adesso, mentre scrivo, mi chiedo come ci siamo riusciti, a scarrozzarlo di qua e di là, imbriachi tra la folla imbriaca, per strade da rifare, in pub e club techno-trance, cercando di scaricarlo nella casa vecchia di una dj electro-minimal, per poi sparpagliarlo su autobus notturni, non prima di averlo utilizzato come comodo tavolino appoggia-lattine e averci ostruito l’accesso a un banco del bar alquanto frequentato. Arriva un tipo massiccio, mi dice spostati, gli dico c’ho da guardar la roba, lui risponde: ah sì? e allora ti offro una tequila. Saranno stati gli occhiali da sole al colletto. Prima di cercare un modo per tornare a casa, sognando il cappuccino di Rika, c’è pure il tempo per espletare la formalità settimanale, che ti dico la verità: ormai lo faccio solo per te, che mi vuoi bene e mi pensi e ti preoccupi. Così, non merita neppure un capoverso, la pollastrel di questa settimana è una tipa spagnola, di quelle sporche, con i capelli tagliati in casa alla cazzo, perchè secondo una qualche filosofia malata fa figo, e un po’ di chincaglieria finto-etnica appesa qua e là. Una tizia insipida, fatta a pera, con la matita agli occhi tanto per l’illusione di avere un senso a questo mondo e che spudoratamente esagera sulla leva di avere dei genitali femminili tra le gambe. Certe perle meritano un approccio speciale, mica le puoi annoiare con la ruota di pavone delle tue qualità, bisogna esaltare le loro qualità, vere e presunte, e metterle sul piedistallo che loro stesse si sono costruite. Quale modo migliore quindi di presentarsi se non mentire spudoratamente e dir loro: cazzo, guarda che tette che hai, posso strizzartele fino alle lacrime? E questa settimana invece non ci sono scuse, la tipa e la vita se ne vanno in fretta.

Un Miotsu di silenzio, per Macho Man.

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