Quando la banda passò – Risorse umane.

Ci crederesti mai,
al quarto giorno di weekend, quasi sono riuscito ad annoiarmi, al punto da indulgere nell’introspezione e nei ricordi, cosa da evitare sempre, in un lunedì a casa il cui unico evento degno di nota è stata la dolce Rika che mi offre la colazione. Insofferenza da vacanza prolungata insomma, quella sensazione che quasi prende la forma di voglia di ritornare al lavoro, e che svanisce dopo tred… dodici secondi che te ne stai sulla metro. Il lavoro proprio non fa per me, ma questo ci tocca, e senza perder tempo a lamentarsi, chè le cose da fare sono così tante e i contrattempi sono peggio dei brufoli. Ne ho sempre avuti pochissimi, persino negli anni ormonalmente tempestosi dell’adolescenza, ma sempre nei posti più fastidiosi, chè bisogna metterci della fantasia. E allo stesso modo capita di rimanere incartato in sciarade di disorganizzazione serale, di rimetterci il sabato e venire meno così ai miei impegni. Avrei potuto sì, scrivere il mio numero di telefono su un bigliettino e darlo alla prima passante sulla via di casa, ma i proforma non mi si addicono, non sono avvocato, chiedo venia e comprensione. Intanto c’è ben altro cui pensare cara/o mia/o: c’è da trovare un chitarrista per la mia nuova famiglia, dopo che Ardit – qualcosa non funziona tra me e la Svezia – s’è ripensato e i pezzi non gli si addicono più. Che altro fare: appendere un bell’annuncio sull’albero della gomma e trasformarsi per una volta in uno di quei malvagi esseri che popolano gli uffici del personale. Inizia la selezione.

Chitarrieri.
A dispetto del nome albanese, Ardit viene da Goteborg e ha il collo più lungo che io abbia mai visto, roba da fermarlo per strada e chiedergli che gli è successo, e magari infilargli in tasca un bigliettino col proprio numero di telefono. Non l’ho mai sentito suonare, ma dev’esser bravo perchè, quanto piccolo è il mondo, sta in un gruppo che l’anno scorso mi aveva scartato dalla lista dei pretendenti bassisti e che da allora più avevo sentito nominare. Ci si trova con gli altri e tra una pizza surgelata e il pruriginoso snobismo che gli appena ventenni hanno nei confronti di chi dovrebbero tenere a modello di vita, si ascoltano i prodromi dei pezzi. Sembra preso bene, come il suo ciuffo contemporaneo e ggiovine – in realtà revival del celeberrimo taglio Schiaffo della signora Fantozzi, poi il giorno dopo cambia idea, come la Paola Palleblu, perchè c’ha tutto un casino dentro. Avanti i prossimi.

Karel fuma Marlboro rosse e con fare gentile svergogna la mia presunta preparazione sulla musica Afro-cubana e sul levare, roba che alla fine mi sentivo di pagargli la lezione. Da un mese a Londra, il nostro trentaseienne con la faccia da catechista ha lasciato Santo Domingo e la sua affermata carriera musicale per vedere se anche in Europa ce la può fare a pagarsi l’affitto suonando e si sta buttando alla cieca nei provini più improbabili. A differenza di Edna però, nonostante il tetro quadro finanziario che gli dipingo del mio progetto, continua a mostrarsi interessato ed è cosa buona, perchè quando sorride glielo leggi in faccia che è un pezzo di pane degli angeli e di sicuro sta tra i finalisti.

Edna è ungherese e di lavoro se ne stava tutto il giorno rinchiusa in un laboratorio dell’università a far accoppiare ragni. Adesso invece vuole campare suonando la chitarra, incoraggiata dai suoi video di flamenco con cinque milioni di visite, numero credo giustificato più dal fatto che sia gnocca che dalla sua comunque innegabile maestria easy-listening. Ma proprio a causa della sua nuova aspirazione professionale Edna si ritira dalla lizza quando le spiego che di soldi nella band sarà più facile spenderne che farne. Cinque milioni poi, più gente conosco e più l’abbondanza di testa-di-cazzitudine mi fa apprezzare i radi amici che ho, cinque milioni che di sicuro non valgono i due gatti che si sono presi il mio libro. Visto però che non si sa mai, della nostra attraente chitarrabile mi sono tenuto il contatto e venerdì me la vado a vedere e conoscere, quando si dice public relations, quando si dice carestia sessuale.

E poi c’è quello che suona nella metro, il biondino carino che potrebbe esser mio figlio, oddio, magari non sarebbe così caruccio, e quell’altro che manco mi ricordo cosa faceva, dettagli, perchè alla fine siamo italiani e le scelte le facciamo nel pieno rispetto della nostra tradizione. Alla fine insomma mi son pigliato Varun, il raccomandato.

Varun ha un’Ibanez che, se ne sai un po’ di musica, è già un cattivo segno, la premonizione di una concezione della musica alquanto sterile e giocattolesca, ma fa la stessa scuola dei miei confratelli e m’è concessa una domanda soltanto: è simpatico almeno? prima di arruolarlo nelle nostre fila. Come avrei potuto fare altrimenti, se uno ti contatta tramite la più grande bacheca di Londra e poi scopri che già gli altri lo conoscono, non solo, pure è coinquilino del vecchio Ardit, cioè, è un cerchio che si chiude, è il karma. Ancora non ci s’è trovati con i ferri del mestiere alla mano, appena appena lo vedo in un pub ed è un tipo tranquillo, sulle sue, con la faccia da impiegato della scuola guida, l’occhiale geometricamente impegnato e il pizzo da prestigiatore di Las Vegas. E, certi nomi non sai mai da dove vengono, scopri pure che, a dispetto di tutte le pericolose dicerie su certi miei pregiudizi razziali, Varun è pure indiano, quando si dice il karma.

Adesso però, basta ciacole, ci siamo tutti e Londra aspetta intrepida i nostri musicali vaticinii, sinfonie di matrimoni reali e altre allucinazioni che la mia mente partorisce ogni volta che vado a cercare le scarpe sotto il letto. C’è da mettersi a lavorare, cioè, non appena il batterista tornerà dai suoi tre mesi in Italia.
Quando si dice
Miotsu.

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