L’ora dell’amore – Le tre

http://www.youtube.com/watch?v=DOOiw42UPv0

Tulipani,
da dietro il finestrino, rossi, bianchi e gialli, ho visto, qualche vacca, di quelle da pascolo, e un paio di mulini a vento, poi un hotel prefabbricato e l’aeroporto. Questo ho visto, nella mia due giorni di lavoro ad Amsterdam, e la nave ovviamente. Nave poi, un barcone, un alienante traghetto bifronte che fa la spola tra la terraferma e la prima delle lunghe isole che coronano i Paesi Bassi. Un quarto d’ora per viaggio, ripetuto ad libitum, in acque profonde venti metri, praticamente come stare su di un tapis roulant. Se conti anche gli autobus, la macchina, la metro, i treni, due giorni di viaggio continui, giusto il tempo per dormire scarsamente, aspettare per due ore due una bistecca prefabbricata anch’essa e perdere il mio cappello preferito. Non proprio la mia idea di viaggio ad Amsterdam, ma si sa che il lavoro è lavoro, godere non è un dovere e moglie e buoi dei paesi tuoi. Ah, se ti viene in mente di usare la saggezza popolare italiana come argomento di conversazione vacci piano, le inglesi ti cancellano dalla lista del genere umano se metti consorti e bestiame nella stessa frase. Provare per credere. C’è ancora tanto da imparare sugli usi e costumi, come l’ancora viva distinzione britannica tra le classi sociali e gli effetti di un’antenna troppo vicina al ponte di comando. Per fortuna queste cose me le spiega Philip.

I miei colleghi e altri animali.
Per un anno e mezzo Philip ha lavorato dietro di me, savio e bradipico, senza mai dire una parola. Ogni tanto m’è parso di sentire la sua voce lenta e sommessa, uscire dalla barba bianca, non lunga ma estesa, al punto da lasciar spuntare solo il grosso naso diritto e gli occhietti azzurri e volpini, m’è solamente sembrato dicevo di sentire la sua voce, tuttavia non ne ero sicuro del tutto, e se anche fosse stato, non erano parole ch’io potessi dire umane, ma indistinti bisbigli baritoni. Ora d’un tratto siamo io e lui direzione aeroporto. Prima di questo viaggio di Phil sapevo soltanto che ama la moto talmente da venirci al lavoro dodici mesi all’anno, in quei buffi bracaloni di cuoio, e mai lo avrei immaginato nascere in nordafrica, crescere a Malta, diciottenne nella squadra di volo acrobatico, un po’ giramondo lo avrei detto forse, ma non di più. Quello che immaginavo invece, era che fosse uno di quegli uomini che non parlano perchè sanno, che vivono la calma perchè hanno capito quello che ancora a molti sfugge, e non mi sbagliavo. Detto questo, lavorarci in giro assieme è un palo nel culo: dove serve rapidità di pensiero e di azione, atletismo sociale e disinvoltura Philip se ne sta sul ponte come uno scolaro che aspetta la mamma, con le punte dei piedi che si guardano e la mano al colletto.

This week’s pollastrels.
Che figura, sia stato il lavoro, sia stata la dodici ore birresca di sabato, appena alla terza settimana e già non ho tenuto fede alle mie promesse – non c’ho provato con nessuna. Una cosa alquanto irrispettosa, lo so, nei confronti di tutti quelli che contano sul mio impegno donnaiuolo: tu, io, la mia premurosa coinquilina e soprattutto il mio trascurato birillo. A questo pensavo domenica sera, passeggiando per Portobello, dopo una settimana casanovamente sottotono, quando il mio naso è stato rapito, dall’intenso profumo di rami fioriti. Secondo il principio per cui qualsiasi cosa sporga da un giardino sulla strada è bene di tutti, lesto ne ho strappato un esemplare e mi sono diretto verso il pizzettaro in fondo, dove lavora Rika. Se qualcuno ruba un fiore per te, sotto sotto gli anni ottanta ti perseguitano. Ma torniamo a Rika, giovane ed emipaffuta svedese dal sorriso accogliente come il futon dell’Ikea, quello più caro per intenderci, e la voce di una morbidezza cuscinesca. Ok, i pronostici non erano certo dei migliori, in fondo l’ho incontrata per la prima volta solo qualche giorno fa, e sembrava più interessata al mio amico capellone che al sottoscritto, ma qui non c’è spazio per gli alibi, i giorni passano e non tornano più, e come dice Ramasay il dovere è dovere: o la va o si torna a casa. Sì lo so, avrei dovuto lasciarla stare, chè ha appena finito il liceo, cosa vuoi ci faccia con un uomo bello fatto come me, non è cosa che si possa vedere, ma non ti preoccupare, perchè la scusa della settimana è: “Scusa, ma me ne torno a casa a giugno, e non sono per certe cose di una notte.”  Cara Rika, il bene che le voglio, mi scopro quasi contento nel sentirla sì candida e gentile, che il futuro le porti una Pasqua di gioia e resurrezione, a lei e alla sua famiglia tutta. Il profumo della primavera meglio partirlo in tre, e portarlo a casa per Amelie e la padrona, che non ti abbandona mai, finchè paghi regolarmente l’affitto, ovvio.

Senili amori mercenarii,
Miotsu.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Una risposta a L’ora dell’amore – Le tre

  1. alisia ha detto:

    leggendo questa ennesima scusa mi e’ venuta in mente una domanda da farti. quali sono le domande che fai alle donnine che incontri che poi ti rispondono con quella scusa li’? o meglio: ci dici la risposta (la scusa), ma non le domande che portano a quella scusa… e io, lo sai, sono curiosissima!

Lascia anche tu un Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...