Giro Girotondo – Gente come noi

Sì, lo so,
dovrei mettermi di buona lena, dissimulare il mal di testa, e raccontare per filo e per segno i grandi sconvolgimenti della Londra contemporanea, o perlomeno della mia esistenza nella capitale del fu impero. Sarebbe cosa buona e giusta menzionare la carovana di scoppiettanti primizie che mi ha investito dopo giorni e giorni di placida quiete. Così come alla tempesta segue il sereno, allo yin lo yang, al colpo d’aria il cagotto, potrei mettermi a parlare delle novità seguite alla noia della settimana passata. Potrei, ipoteticamente, iniziare dal quel trionfo professionale ch’è stato scoprire perchè il mio software litiga con le mappe, un trionfo costato ahime caro: un’untissima stretta di mano al capo, brrr. Certo, delle ennesime ore passate bloccato nella metro non farei menzione, ma mi dilungherei invece nel descrivere il felice arrivo di una nuova coinquilina, Amelie, prototipo di brava ventiduenne lionese dalla passione per la chimica. E non solo, come potrei tralasciare ciò che l’arrivo di Amelie, sia benedetta adesso e nell’ora della nostra morte amen, ha comportato: l’attivazione della broadband, l’urlo di gioia che subito ha risuonato nella mia testa all’annunciazione, dopo un anno e mezzo di gramo, limitatissimo internet mobile: pornooo!!! All’arrembaggio, prodi scaricatori illegali di contenuto protetto da copyright, ora tra le vostre fila potete contare anche me (N.d.A.: per quanto concerne l’attenzione delle forze dell’ordine, i fatti narrati nella riga precedente costituiscono pura finzione). Insomma, cose da dire ne avrei parecchie, ma guarda, proprio non ce la faccio. Citando quel filosofo tiraorecchi del Liquirizio: “a couple of gigs in London and he’s already behaving like a fuckin’ rock star!”, e non è che proprio proprio abbia tutti i torti. Tutto è cominciato iersera, quando con un’ora di ritardo la sezione ritmica dei Wilde & The Portraits arrivava in quel di Angel per un rapido soundcheck, prima della solita mezz’ora di ottimissima musica. Prima di loro ad alternarsi sul palchetto i soliti gruppetti indie rock che spuntano dovunque come i costi nascosti di un contratto telefonico. Certo che però, il suonare sarà sempre così noiosamente lo stesso, ma avercele io delle groupies così… Ok, sempre là vado a parare, sto diventando monocorde, ma adesso la festa è finita, le minigonne se ne sono andate in pace, la security ci accomoda fuori e noi si va alla stazione della metro, che come ormai mi si insegna troppo spesso, a mezzanotte e mezza chiude. E allora che si fa? Autobus? Quale? Ma, aspetta, t’avevo detto che la festa era finita, vero? E invece no scusa, ce n’è un’altra, a Canary Wharf, ci informa un amico del batteriere, giusto ad un’infinità di strade da lì, e un’infinità di ordine superiore da casa mia. No problem, man, il taxi è pagato. E qui apriamo una speziata parentesi.

Hindu lessons.
Così, tanto per spiegarla a spanne, l’importanza della considerazione che gli altri hanno di te cresce esponenzialmente con la longitudine est, al punto che in estremo oriente innumerevoli sono gli aneddoti di come il conformarsi alla moda del momento divenga quasi più importante del sedersi a tavola tre volte al dì. E nel nostro amato subcontinente le cose non sono poi così diverse. Capita quindi che se tu torni da Bombay, giovane consulente finanziario dal grasso reddito, e ti trovi una stanza in un appartamento che costa più di un bunga-low del Berlusca, beh, bisogna festeggiare. Ma se i tuoi coinquilini riescono a portare gente e tu no, sono cazzi amari, cioè, fai proprio una brutta figura e ciò caro mio è bastevole a farti reincarnare in un posacenere a forma di gondola. Cosa fare allora: chiamare uno dei pochi amici che ti rimangono a Londra, cooptare lui e tutta la sua allegra brigata per rimpolpare le schiere. Come? C’è un conto di cinquanta pound di taxi da saldare? No problem, ci pensa l’uomo col turbante.

Ed eccoci dunque fare irruzione in una festa di indiani ormai collassati, nonostante le scorte etiliche ancora abbondanti, includenti addirittura delle bozze di champagne. Lo champagne, a dirla tutta, amme mica piace così tanto, ma si vede che fa figo e alle donne ci si illuminano gli occhi solo a sentirne il nome. Sarà, io intanto continuo la terapia della birra, mentre nel giro di mezz’ora la moltitudine scompare non so dove, sotto i tappeti?, e me ne rimango con la mia banda di infiltrati ad aspettare l’apertura della metro per tornare a casa. Come sempre gli indiani ti fregano: il taxi era offerto sì, ma solo per l’andata. Che fare? Le possibilità sono limitate dalle energie in esaurimento, c’è giusto la forza per ballare sul divano musica immaginaria, darsi al jiu jitsu con la mia scozzese-egizia preferita e testimoniare il successo globale del maschio italico – per l’occasione incarnato, ovviamente, in qualcun altro. Si fuma come turchi pakistano in casa di indiani, alla faccia di vecchie antipatie etnico-religiose e non rimane che starsene sul divano, a guardare dalla vetrata i primi treni partire senza di noi, a tirarsi su non ce la si faceva proprio. Poi finalmente parte la carovana, un paio di trenini e m’infilo sotto le coperte, sono solo le otto del mattino, e tra un paio d’ore c’è la messa.
Amen,
Miotsu.

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Una risposta a Giro Girotondo – Gente come noi

  1. FabriTz ha detto:

    “De la musique avant toute chose” (PV).

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