Giro Girotondo – Aveva gli occhi della morte

Buonnngiorrrno!
Come ogni settimana, eccoci di nuovo qua, cara/o, beh, qua, a… allondra, no? Sì? Sì. Scusa l’evidente stato confusionale, e non preoccuparti: non mi hanno menato peggio del solito, il fatto è che questi weekend volanti in Italia, non c’ero più abituato ormai, lasciano il segno. Torni in ufficio e parli ai colleghi in dialetto, loro pensano tu stia scherzando, e tu te la prendi perchè non fanno sul serio. La toccata e fuga non è il modo migliore di godersi il Belpaese, ma lo stesso si può passare del buon tempo, a tavola, sul divano a schivare Sanremo e tra vecchi amici che non fanno mai male. Bagaglio leggero insomma, senza troppi abiti nè regali, nè bottini da dispensa, forse un piccolo souvenir dalle nipotine con la polmonite – staremo a vedere. Per ora la sorte si mostra gentile, e le sono grata quando atterrato nel Regno Unito scopro che l’aereo cui ho affidato le chiappe era pilotato da un tizio cogli occhi secessionisti, uno strabismo da non passare la visita di leva, sarà un raccomandato, un raccomandato alla Madonna. Altro incontro misterioso è quello con l’autiere del pulmino, il sosia di Francesco Amadori – o forse proprio lui – legge sul biglietto il mio nome e si pronuncia con accento romagnolo: e lei sarebbe Davide Miotsu? Sì, sono io. Peggio per lei! Scusi? Ah ah ah ah. Salumi infernali. Oscuri presagi? La fine del mondo un anno prima del previsto? La budella gentile? Il jet lag mi uccide ogni volta, così altro che luna nera, luna storta per il resto della settimana. Epperò, quando te le fanno girare…

Food.
Una delle leggende metropolitane più in voga tra gli italiani che sieno stati nella capitale britannica è quella dell'”amico” che dà della gnocca o della troja alla cameriera, dietro il manto della differenza linguistica, per poi scoprire che la suddetta viene da Milano. E con questo non voglio dire che tutte le milanesi sieno troje, molte. Un’altra storiella comunque è quella del tipo che inorridito scopre gente mangiare gli spaghetti con il checiap in luogo del canonico, indiscutibile sugo di pomodoro. Magari cara/o mia/o, magari fossi stato sottoposto a simil tormento. Imagina invece la faccia che ho fatto al primo boccone di quella pasta alla verdure tanto carina sul bancone della mensa. Non era pomodoro quello, no, ma nemmeno checiap. Non dirmi che sono uomo e non devo mettermi a piangere, sobbòni tutti, ce la faresti tu a mangiare un piatto di penne in salsa agrodolce?

English lessons.
Erano i giorni del liceo, quando per la prima volta ebbi notizia della legge di Murphy – tanto per essere chiari: se una cosa può andare male, andrà male – e da allora, in qualità di indegno ingegnere, innumerevoli episodi me ne hanno dimostrato la validità. Come dimenticare tutti i componenti e i prototipi bruciati in anni di disinvolta faciloneria. Ovviamente mai che abbia cambiato il mio modo di fare, semplicemente ho accettato le conseguenze della mia congenita leggerezza. Il concetto tuttavia l’ho afferrato da tempo, quindi non c’era proprio il bisogno di scomodare il buon vecchio Murphy, nei panni del mio direttore generale, l’unica volta, da che lavoro qui, che mi sono visto costretto a ritirarmi in laboratorio, per qualche minuto di sollievo pomeridiano. Di certo non il primo volto che vorresti vedere al tuo risveglio.

Urban (shitty) life.
Entro in una lavanderia sudicia con qualche camicia e dei pantaloni da stirare e le lascio giù a una vecchia nera di 120 chili che si ciuccia una bustina di zucchero. Pago in anticipo. Torna fra tre giorni. Equo e solidale. Torno dopo una settimana, il capodoglio rovista nel suo armadio e mi tira fuori una camicia. E le altre? Boh, non so, quali altre. Quelle lì, dentro il sacchetto che hai appena calpestato. Ah sì? Aspetta! Prova a fare un paio di chiamate, poi qualcuno le risponde: senti, c’è qui il signore delle camicie da stirare tutto incazzato: adesso te lo passo! E mi dà in mano una cornetta appena uscita da un sacchetto di patatine. Assurdo per assurdo io prendo quella patacca unta e la butto contro la vetrina, mi avvicino bollendo al cetaceo cerebroleso e le spiego con le delicate maniere di un picchiamoglie camerunense come per colpa della sua idiota incompetenza il giorno dopo non mi avrebbero lasciato entrare in ufficio, perchè avrei dovuto presentarmici in vestaglia come il tipo di Playboy. Tiro qualche calcio a caso contro le lavatrici, poi torno alla realtà, dico al telefono che mi è rispuntato in mano non si preoccupi signorina, aspetterò. Mi porto via la camicia pronta, senza accorgermi che il colletto è andato e il resto è peggio di quando ce l’ho portata. Nella stanza accanto, il figlio-barbiere tosa un cucciolo mentre schiamazza chissà quali cazzate al cellulare.

Canta che ti passa, va’,
Miotsu.

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