Quando la banda passò – Track Ten

Su le mani, dai!
Su, su, sempre più su! Un inizio d’anno tutto in salita, come sempre d’altronde. Non sono uso curarmi delle cose terrene, ma chissà perchè gennaio è il mese preferito per gli arrotondamenti, che chissà perchè sono sempre verso l’alto. Pago il mio caffè con le monetine giuste – 2 euri e 20 – e faccio la figura del meschino: non sono più giuste, maccome, eh, mancano 5 pence. Mi vado a fare l’abbonamento della metro e sorpresa! il 6 è diventato un 9, il 10% in più, e adesso una settimana di trenino sotterraneo mi costa 50 euri giusti giusti. E per fortuna che le spogliarelliste non emettono fattura, l’IVA è salita dal 17.5 al 20%, cosa posso fare… bevo, e sono felice. Di questo passo, mi toccherà di cercare un nuovo, più grasso stipendio, per continuare a vivere da ricco, cioè senza mai pensare a quanto sto spendendo. Non sono certo tipo da mettermi a fare i conti ogni volta che voglio qualcosa, come questi inglesacci, sempre a parlare del vile denaro. E altro che gentlemen, quando possono se ne approfittano peggio dei pezzenti, come alla festa di Natale aziendale, opportunamente disertata, che dai racconti dei colleghi posso riassumere come: sei ore su una barca, alcol gratis. Risultato: l’intero management completamente sbronzo, il resto della ciurma piegato in due, e l’intervento di un elicottero per l’arresto di un polacco del reparto cartografia, che rischiava di cadere nel Tamigi dall’albero maestro. Ma d’altronde, che faccia fai, l’alcol era gratis. Devo essere arrivato alla fase due dell’emigrazione, il post-entusiasmo del nuovo, e mi sono accorto che nove volte su dieci inizio un discorso con “In Italy…” Dovrei smetterla di frequentare amici della penisola e cominciare a bazzicare con i locali, non è poi cosi difficile, quando non sono che immaginari, basta farli parlare in un’altra lingua.

Storie di ordinaria igiene.
Ma perchè, perchèèè, cristo!, se il distributore del sapone, nei bagni dell’ufficio, sono giorni che cola, devi lavarti le mani raccogliendo la perdita dal lavandino! Poi mi vieni a dire che la differenza tra la paella e il risotto sta solo nella roba che ci metti dentro. E tornato alla scrivania, cosa non mi tocca di vedere, Nigel sta mescolando il suo the con la penna. Lo guardo esterrefatto, lui subito mi risponde con un’occhiataccia come per dire non ci troverai mica qualcosa di disgustoso, poi mi rassicura: tranquillo, continua a scrivere. Basta, mi straccio le vesti e me ne torno a casa, ho fatto meno fatica ad adattarmi ai ciaina che a questi anglosassoni ad alto contenuto batterico.

Rockstars.
Liquirizio è un filosofo calabro-piemontese di statura, perlomeno morale, decisamente elevata. Davanti al suo codino corvino e riccio, dietro gli occhiali dalla montatura spessa e nera, il pizzo sottile e curato, si nasconde una persona dall’occhietto furbetto e vivace, di quelle che ridono sotto i baffi, per motivi a noi sconosciuti. Trova un divertimento perverso, nello spostare gli accenti, tagliare le frasi, dare a tutto un ritmo funk. Pacato e di dubbio gusto, nei momenti di musicalità saliente dei suoi soli di chitarra gli capita di premere un pedale misterioso, il quale non fa altro che accendere una grossa lampadina rossa, forse per attirare l’attenzione del pubblico, mentre il suono rimane inalterato. Detto questo, è di una cocciutaggine maligna, di quelle che se glielo fai notare lo trasformano in vittima dell’altrui crudeltà, ed è come parlare con un’anguilla. Ecco, adesso mi toccherà pure di pagarla. (“Ma nooo, cosa dici? Guarda che sei tu che inveisci…”)

Groupies.
Ho conosciuto Jamie, anziana amica della mia anziana padrona di casa. Gallese di nascita, si laurea in Storia dell’Arte a Londra, e durante gli studi conosce il futuro ex-marito, di cui è tuttora innamorata a trentanni dal divorzio, semplicemente – dice – non sono fatti per stare assieme. Avendo vissuto nel posto giusto negli anni giusti, la nostra signora dalla voce d’ottone si occupa di antiquariato per la nota casa d’asta Cristis, e ha di recente intrapreso una battaglia burocratica per non farsi mandare in pensione, ama troppo il suo lavoro. Mi spiega come i ciclisti inglesi siano i migliori del mondo, fuma sigarette mentolate di una marca ignota, è visibilmente avvinazzata.

E mentre il quartetto dalla penisola veleggia sulla cocciutaggine del nostro Liquirizio, mi ritrovo scaricato da un’altra delle mie innumerevoli band, per incompatibilità di orari mi si dice dalla regia, dopo un mese che si sono ritrovati un rimpiazzo. Dev’essere il costume odierno, delegare agli interessati le conclusioni. Se la tipa con cui uscivi smette di risponderti al telefono, non c’è bisogno di insistere, il messaggio è chiaro, il motivo non ha importanza. La gente ha cose più importanti da fare, che curarsi della buona creanza. Ma sto parlando come un vecchiaccio e non devo, chè mi si rovina il make up da rockstar.

Oh yeah,
Miotsu.

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Una risposta a Quando la banda passò – Track Ten

  1. lucilla ha detto:

    anche io una volta all’okkupazione girai gli spaghetti in una pentola gigante con un righello blu, che si sciolse. Buonissimi. Ero già anglofila a quell’età.

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