Quando la banda passò – Track Eight

Mascalzone!
Ma mi avevi detto che te ne andavi in ferie! Eh, noi rockstar della casa della libertà facciamo un po’ il cazzo che ci pare: spostiamo accenti, graffiamo dissonanze, godiamo dei contro tempi, e non dobbiamo giustificarci con nessuno. D’altronde, abbiamo fini superiori a quelli di voi comuni mortali. Come ad esempio trovare casa. Eh sì, non che la magnifica Notting Hill, e la serena convivenza con la settantaquatrenne landlady, non facessero più per me, anzi, ma sentivo dentro una spinta al nuovo, quello spirito marinaro che ancora rugge tra le mie visceri. Non metto in dubbio che dividere casa con tre by-pass coronarici ambulanti, deliziosamente gentili, e indulgenti in quattro bicchieri di rosso a sera, avesse le sue attrattive, per non parlare di un quartiere che giudicavo carino, ma che ora capisco essere una perla nell’oceano di squallore del Grande Fumo. Disgraziatamente avevo deciso di cambiare aria, tanto perchè siamo in ballo, e ci conviene ballare, come dice il duce Michel della scorsa settimana. Eccomi allora in una manciata di giorni rispondere a dozzine di annunci, ricevere qualche risposta sparsa, e visitare n case n, con n che non ti so più quantificare, con una tabella di marcia che non ammette perdite di tempo. L’obiettivo è trasferirsi, trasferirsi il primo di gennaio. Ed è tutto un blues qua, cara/o mia/o, il blues del senzatetto. Mentre le feste fanno le loro vittime, e ogni mezz’ora la metro si blocca per un altro poveraccio che s’è buttato sotto, io vago senza sosta, taccuino in mano, sotto acqua, neve e vento. Dalle due del pomeriggio alle dieci di sera, il giorno più pieno, e sempre più annunci depennati dalla lista. Trovare casa a Londra può essere semplicissimo, se non hai la puzza sotto il naso come me. Metà dei posti che ho perlustrato erano a rischio ispezione dell’ufficio d’igiene – e io che credevo di vivere nella merda – anche se tutto sommato metà non è poi così tanto. Il soggiorno è un lusso per pochi, e ti costa in media 200 euro in più al mese. C’è la casa in cui tutti girano in accappatoio, c’è quella senza tavolo per mangiare, hai la stanza, che ti lamenti, e c’è quella senza finestre, anzi no, esagero, con una bocca di lupo in cucina. Ovviamente non abitabile. Ogni residenza poi reinventa il concetto di posto bici: mentre la stanchezza si fa sentire, mi sembra di vedere sempre la stessa mountain bike nera, ora all’ingresso, ora accanto al letto, dietro la tenda in soggiorno, davanti al forno. Se la dovranno mangiare. Mi innamoro di un quartiere, Greenland Dock, lontano da tutto, ma con un porto sul fiume, i vecchi moli rimessi a nuovo, e di là del Tamigi le banche di Canary Wharf, che la sera sembrano Gardaland. Fosse stata lì la morosa veccia… Scusa, un attimo di distrazione. Distrazione che si sa, sa esser fatale. La stanza sul fiume con porta sul giardino piace proprio, ma la padrona di casa, un’ex ricercatrice francese di diritto internazionale, non mi convince del tutto.
“Ecco, questa è la stanza… (piega un tappeto pieno di terriccio) Oddio, sì, adesso ci sarebbe da dare una pulita… Le finestre danno a est. Poi ne avrei un’altra libera, tenuta meglio, ma senza porta sul giardino.”
“Potrei vedere anche l’altra?”
“Perchè? Ho detto che non ha la porta sul giardino.”
“Potrei vedere anche l’altra?”
“Questa è la cucina…”
La visita continua, chiacchierando tra Dickens e il Palladio.
“Ma quante persone vivono qui adesso?”
“Tre. Ci sono due ragazze coreane, ma hanno una zona a parte, dividono solo la cucina.”
“E poi?”
“Questo è il bagno.”
“Sì (fingo di non vedere il nero sul fondo della vasca). Ma stavo dicendo: chi altro vive qui?”
“Ecco vedi, le inferriate qui non servirebbero, è una zona tranquilla, le ho messe solo per i laptop, sai, e i passaporti.”
“(Rinunciando a conoscere lo stronzo di Al Qaeda, satanista, psicopatico, tossicodipendente della terza stanza) Io non ho il passaporto.”
“Anche le carte d’identità italiane sono molto ambite sai? Tutti i sudamericani illegali entrano con una carta d’identità italiana. Proprio una bella zona qui, vero? Ci faranno le Olimpiadi di canottaggio.”
Ti fideresti tu?
Ecco, io no. E visto che questa era l’unica casa a convincermi, e la mia cara landlady mi vuole ancora bene, se ne vadano a ciavare tutti: finchè non trovo l’utopia io non mi muovo.
Questo è il blues del senzatetto, senza tetto sì, ma mica scemo.
Ciao,
Miotsu.

PS: Se mi prometti di viverlo in famiglia, ma laicamente, ti auguro un buon Natale. E forse anche buon anno.

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