Quando la banda passò – Track Six

Tan tan tan tan tan tan,
l’hai riconosciuta? Ma sì dai, la musica dello squalo, che parte piano piano, poi accelera acceleraaa eee… gnam! Ti saluto marinaio. Ma come fanno i marinai… eh sì, mi mancherà proprio, questa compagnia e la nautica tutta, il giorno che mi toccherà di andare. Un giorno che preferirei comunque scegliere io. Non è mica una bella sorpresa sai, tornare da una settimana di cagotto, arrivare alla propria scrivania e trovarla vuota, completamente sgombra, cazzo, bel modo di dirtelo! Forse addirittura peggio del badge che non funziona più. Ma per stavolta m’è andata bene, i mattacchioni, dopo aver rimescolato l’organigramma, si mettono spostare tutti in nome dell’esibizione del potere. Ed eccomi dunque a godermi la mia nuova postazione, non quella cui ero destinato – quello stronzo d’un muso giallo poliglotta di Vihn se n’è approfittato e me l’ha rubata – ma pur sempre una nuova isola di spazio e luce. Segno che lentamente la piramide si scala: ho davanti una finestra, miracolo!, con vista sul parcheggio vips e capannone di fronte. Wow, e io che pensavo m’avessero fatto fuori.
Ma, sorpresa delle sorprese, non sono io quello preso a pedate nel didietro, bensì Morgan, il giamaicano dei Bluvertigo, che ad un certo punto del mercoledì mattina, e di punto in bianco, saluta e se ne va, ci si augura per sempre, non è del tutto chiaro se per scelta propria od altrui. Eh, caro, hai voglia a dire che “il tuo modo di lavorare non si adatta a quello dell’azienda”, quando in sette mesi, con mio grande stupore, salta fuori che non sei riuscito a completare un compito che fosse uno, neanche ti avessero chiesto di costruire una bici col cambio elettronico. Quello che più mi fa pensare in questi casi, è l’osservare come neppure l’evidenza più chiara riesca a far capire le cose a certa gente, e così il nostro caraibico borghese, se ne va pure pensando di avere ragione. Sarà l’assenzio, che fare, buttarla sul ridere e sputtanarlo con gente che mi auguro non lo conoscerà mai, cioè tu. So di poter risultare impopolare, ma dev’esser questione genetica: c’è chi sclera davanti ad un monitor nove ore al giorno senza cavarne un ragno dal buco, e chi si gode la vista della sua nuova finestra, rivive le sue selvagge nottate rock, s’abbiocca addirittura, e ogni tanto con successo sbriga qualche faccenda, tanto per giustificare i millemila pound che gli arrivano in banca a fine mese. Mike, la software authority, intendiamoci, non io. Ma basta parlare di lavoro, passiamo al rock. E alla figa.

Rockstars.
Mi ritrovo un giorno sulla metro, seduto di fronte a questo tizio, un ragazzotto, con i capelli ritti, tinti biondi, le mesh, o come cazzo si chiamano, roba da shampiste insomma, gli occhiali da sole super fescion, lenti rosa, e la faccia da scemo. Pensi: che sfigato, ma non lo puoi pensare fino in fondo, perchè al tipo ci manca un pezzo, il braccio sinistro gli finisce appena sotto il gomito, con un nodino che sembra una salsiccia. Funziona così, uno appartiene alla categoria dei “meno fortunati” e diventa intoccabile, un po’ come i negri: dici qualcosa e sei razzista. Tra le gambe, il nostro uomo, porta una chitarra, e ti fa pensare: ecco, il solito strimpellatore della domenica, che suona in giro solo perchè c’ha un braccio solo. Ma cosa vuoi che sappia fare, senza una mano, non è mica orbo, cazzo, che può suonare lo stesso, c’ha cinque dita in meno, serviranno a qualcosa no? Benvenuto nel paese del politicamente corretto. Una volta scherzavo su un sosia di Michelino Jackson (…sì, ci somiglia, ma gli mancano i bambini) e la tipa che mi dovevo agguantare non mi ha più rivolto la parola, ipocriti. E frigida. Ma ritornando a casa, la sera, ritrovo il mio mutilato busker a Tottenham Court, abbasso le orecchie e gli mollo giù un pezzo da due, se lo merita, assieme all’onore delle armi: con un plettro attaccato al moncherino, mi suonava Steve Vai come fosse lui.

Groupies.
In coda per una birra in un pub di Camden, incontro e mi innamoro perdutamente di Shisha, giovane “alternativa”, thailandese di origine ma romanadderoma. Mi chiede una cartina, lunga ovviamente, che mi sembra Verdone, poi mi lascia a riflettere sulla recente fine della mia adolescenza. Aò.

Eh sì, gli anni che passano,
tan tan tan tan tan tan,
Miotsu.

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