Quando la banda passò – Track Three

I wanna be a rockstar!
Il successo cara/o mia/o, chi non ne è tentato. Ma cosa credi, che sia facile essere una persona di successo? Ogni giorno a dover prendere scelte decisioni importanti e sofferte, tipo: che cazzo faccio oggi? O a chi romperò i coglioni? Per non parlare di tutte le parolacce che devi dire per forza, altrimenti che persona di successo saresti, se ti toccasse pure di essere educato? Ti inizi a porre delle domande, quando arrivi in ufficio il mattino, più stanco di quando l’hai lasciato il giorno prima. Inutilmente implori il vitello d’oro della macchinetta del caffè, di dispensarti miracoli energetici in forma chimica: c’è bisogno di chiudere baracca e burattini, e portare il rottame a fare una bella revisione. Ma non si può, semplicemente non si può, fermare l’impianto per ripulire tubi e oliare ingranaggi, siamo a rischio 626, la manutenzione è un lusso per l’impiegato rockstar. Soprattutto quando è così poco rockstar e così maledettamente impiegato. Come non bastasse, che sia la sedia in ufficio – la reclinabile a sorpresa, il cuscino troppo morbido, o semplicemente il mio corpo che è difettato, devo convivere col mal di testa cinque/sei giorni la settimana, a dare una stima ottimistica. Eh ma sempre a lamentare questo quello e quest’altro te ne stai, cominci a stufare con i tuoi piagnistei femminuccinei, dirai tu. Effettivamente il problema maggiore è che io, come molti d’altra parte, misuro il benessere in termini relativi e non assoluti. Sempre a guardare chi sta meglio, chi sta peggio, chi sta uguale, non sarebbe meglio farsi i cazzi propri? D’altronde, quando suoni con certa gente, le domande ti sorgono spontanee, non è una precisa scelta strategica, quelle meglio lasciarle ai manager. Certo che, capirai, anche a misurarlo in termini assoluti, il mal di testa non è una condizione delle più desiderabili, per quanto lamentarsene con gli amici non sia una soluzione vincente. Quelle però, sono appannaggio delle persone di successo.

Rockstars.
Per le solite vie traverse, vengo contattato per il suo trio da Damon, uno psichedelico tastierista di origini serbe, che a quarant’anni suonati ancora va in giro come John Lennon – capellone e occhialetto – in jeans blu anni ’80, dalla testa ai piedi. Lo conosco di persona in una delle innumerevoli sale prove che ho iniziato a frequentare, lo trovo da solo, con le sue enormi e rumorose attrezzature, mentre rapido si arrampica su e giù per i tasti, quelli bianchi, ma anche qualcuno di nero: dev’esser proprio bravo. Un tipo che a definire fuori si sta prudenti, Damon è a suo modo simpatico, anche se l’invidia che provo nei suoi confronti mi impedisce di stabilire un’empatia profonda. Alla domanda cosa fai per vivere, il soggetto risponde: mah, ho due tre case in centro, raccolgo l’affitto. Per quanto appena spiegato il poverino non afferra il concetto di “alzarsi alle sei del mattino” ed è pronto a procacciare concerti a valanga, senza restrizioni infrasettimanali. Contento lui.

I miei colleghi e altri animali.
Beh, definirlo collega è forse troppo, ma la rubrica è decisamente appropriata per Spike (sic), il nuovo manager dei prodotti non militari della mia amata azienda, cioè il mio capo quasi supremo. Ex-ufficiale della marina di Sua Maestà, fortemente meritocratico e con un occhio di riguardo per la disciplina, il caro superdirettore è appena tornato dall’esilio della sede di Singapore, ed evidentemente laggiù tutto quel mangiare strano gli deve aver fatto venire il sangue acido. La bile si manifesta fin dall’inaugurazione del suo potentato, ed è una bile contagiosa, perchè dopo il suo discorsetto tutto il dipartimento era una centrale eolica di testicoli rotanti. Tra i punti cardini della sua politica è infatti il ripristino del lavoro il venerdì pomeriggio, un tempo abbonato a molti membri anziani, e la nuova perla delle filosofie manageriali: il 20-70-10.

Misure da sballo.
Eh sì caro lavoratore, scordati il 90-60-90 dei calendari porcelli nel tuo armadietto, il nuovo terno vincente, da giocare sulla ruota della tua famiglia, è 20-70-10. Una teoria interessante, nel senso che interessa il dipendente, sviluppata da uno degli industriali più di successo di questo secolo, tal non ho capito bene il nome – forse era una supercazzola. Il concetto è semplice: in ogni particolare momento t della storia aziendale, i dipendenti si possono suddividere in tre grandi vasche: una contenente il 20% della gente, rappresenta l’elite, l’avanguardia che col sudore della fronte tiene alta la bandiera e i risultati economici della ditta. Sia loro reso onore, ma anche gloria e possibilmente aumenti di stipendio sostanziosi. La nuova segretaria del direttore, opportunamente chinata, è l’esempio tipico. La seconda, quella più grande, è il mare della mediocrità, e in essa ci finiscono il 70% di tutti quei lavoratori che appena appena riescono a stare a galla. Il loro premio più grande: rimanere a bordo. L’ultima invece, ha in sè il rimanente 10%, di dipendenti lascivi, oziosi, se non addirittura dannosi, che con il loro scarso rendimento o il loro atteggiamento pessimista (sì Fede: tu saresti lì, non il vate) non portano altro che sventura e tristezza al bilancio di fine anno. Ma rallegrati: quest’ultima non è una vasca, bensì un grande water, e indovina un po’, periodicamente ecco Spike tirarne la cordicella e…

Pluff!
Miotsu.

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5 risposte a Quando la banda passò – Track Three

  1. FabriTz ha detto:

    C’è un suono nell’aria che, se codificato in linguaggio naturale, sembrerebbe fare così:
    si è costretti ad avere un disperato bisogno quotidiano dell’altro per poter costruire e alimentare meglio il proprio isolamento.

  2. miotsu ha detto:

    A rischio di sembrare banale, Fabri, qualsiasi cosa ti sei fumato, portala domenica alle prove.

    • FabriTz ha detto:

      …metilfenidato + scotch (di puro malto), e la topologia del mondo si configura per quello che è: a non-enumerable well-ordered set of infinite permutations.

  3. Alisia ha detto:

    ci fai un post sul nuovo matrimonio del secolo in the uk?! eddai! in ogni caso: ecco qualche informazione che ti fara’ fare bella figura con il tuo capo supremo poco prima che tiri lo sciaquone. allora pare che si chiami ‘vitality model’, e’ stato ideato da jack welch, nientemeno che ceo della general electrics, che ci ha pure scritto un libro, ovviamente subito diventato best seller, che si chiama straight from the gut. questo tizio e’ definito: un leader, un uomo che si e’ fatto da se’, un genio del businnes e un ribelle. ribelle di cosa, non si sa… online si trova sia il suo sito personale che il sito del suo libro. per la cronaca: questo ‘vitality model’ e’ stato aspramente criticato, ma non ho tempo di andare a vedere i perche’ e i percome di queste critiche. info prese da: wikipedia eng e sito del libro di cui sopra.

  4. Pingback: Grazie cara/o! | Quando la banda passò.

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