Quando la banda passò – Track One

Pronto?
Sì, ciao Lee, vecchio amico australiano che becco ogni due tre mesi se va bene, come te la passi? Come? Se mi va di suonare con qualche tuo amico in North London? Questo pomeriggio? Ok, mangio e arrivo. E così, dopo tempo immemore, eccomi rimettere il mio vecchio basso nella sua custodia segnata dal tempo e portarlo a prendere un po’ d’aria fresca. Già, erano anni che non capitava, da quella volta che… vabbeh, la fermata è questa. Ah, ecco Lee, due minuti di convenevoli e poi via, verso casa madre. Casa madre, beh, una delle tante casettine di periferia tutte eguali minacciate dalla campagna, o forse era il contrario, dal cui interno sordi arrivano tonfi di batteria elettronica – mette un po’ tristezza, dopo i fasti dei grandi palchi della bassa veronese. Sono le bacchette esperte, per non dire arrugginite, di Jeremy, scozzese sessantenne dal codino bianco ed il sorriso bonario. A fargli compagnia il buon cantante-chitarrista-insegnante di inglese con dubbi sulla grammatica Tim, che dietro il microfono rispolvera i Beatles e altri pezzi mai sentiti in vita mia. Fortunatamente i cari vecchi canzonieri esistono anche oltremanica, e si riesce a passare qualche oretta di decente divertimento, nonostante il doposbronza colossale che mi stavo portando dietro.
Bon figlioli, è stato un piacere, spero di poter torna…
Eh? Sali in macchina dai, che siamo già in ritardo!
Mah, eppure ero sicuro di aver capito quasi tutto di quella giornata, dettagli del genere non dovrebbero sfuggirmi, e invece nel giro di venti minuti mi ritrovo a montare strumenti e palchetto in un localino, c’è un concerto per beneficenza quella sera, e mi scopro appena uscito dalle prove generali. Un performer consumato come me non si lascia intimidire da queste situazioni e mantiene la sua professionalità anche di fronte ai cinque pound di ingresso, richiesti anche agli artisti, e alla marea di alcol che offusca le menti del pubblico. Nemmeno le ridotte dimensioni dello spazio a disposizione per lo show mi creano problemi, e placidamente imparo a far passare le carovane per la zona fumatori senza smettere di suonare. I pezzi vanno via lisci e veloci, sebbene non li conosca devono essere dei gran successi, il pubblico canta a squarciagola, barcolla, spande birra ovunque, dove ovunque comprende anche i miei pantaloni. Al novantesimo il risultato finale è: un successo, si lasciano giù gli strumenti e ci si butta nel mare della socializzazione, per quanto possibile. Le donne abbondano, in ogni senso.

Groupies.
Gli occhi del quasi giovane single scrutano rapaci l’orizzonte umano, alla ricerca di possibile preda, e inevitabilmente precipitano sulle forme perfette della maestrina dalla penna rossa – il nome non lo ricordo, o non ricordo se mai l’ho saputo, forme ben fasciate da un tubino dal colore improbabile, fucsia o giù di lì. Di certo non avanti con l’età, ma con i bicchieri decisamente, l’avvenente bionda si rivela insegnante nella scuola per dementi che usufruirà dell’incasso della serata, e si prolunga estatica nel raccontare con voce ubriaca quanto ami i suoi piccoli, il suo lavoro, i colleghi, e di quanto la sua scelta di vita le riempia il cuore. Ti prego, non farmi concludere con qualche analogia scurrile.

Groupies.
In fila per il bagno, faccio la conoscenza della bella Sandra, canadese, bionda anch’essa, dal look anni ’50. Non afferra i miei riferimenti a Fonzie e al mio schioccare di dita resiste dal cadere sulle mie labbra, ma mi trova simpatico, la nostra ventottenne dice le ricordo il suo ex-marito. Il secondo ex-marito. Ama la musica, tanto da convivere con un sassofonista, e vive insegnando alla gente a cucire composizioni bizzarre. Si dilunga nello spiegarmi come per lei l’amore sia una cosa temporanea, ma si tratta di un chiaramento del tutto superfluo.

Groupies.
Uscito a prendere un po’ d’aria, per dovere di cronaca mi si presenta Kaina, biondina carina dal viso volpino, unitasi a noi allo scopo di abbordare l’aitante Lee. A Londra da un paio d’anni ormai, Kaina, oltre a mostrarsi del tutto disinteressata di fronte alle mie avanches ermetiche, è creative director presso un’importante agenzia pubblicitaria internazionale. In passato ha lavorato come paparazza per una rivista di moda molto in “voga”, passando poi alla direzione del marketing per le isole britanniche al servizio di un marchio italiano di intimo femminile. Ha 24 anni, e ho detto tutto. Anzi no, Lee è gay.

E mentre con lei divido un taxi per West London alle quattro del mattino (no, non ti preoccupare, nulla di cui potresti sperare è successo), realizzo ancor più di essere arrivato in fondo al vicolo, e di come sia tempo di ritornare nella grande strada del rock. Insomma, bisogna riportare le attività piacevoli a me più care alla loro dimensione collettiva, di trastullare il mio basso nella mia stanzetta ne ho abbastanza. Abbi orecchie per intendere.

Love me tender darling,
Miotsu.

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2 risposte a Quando la banda passò – Track One

  1. lucilla ha detto:

    un po’ piccata perchè non spendi una sola parola per tutti quelli che tenderly ti hanno loved last week end, noto con piacere che le donne di Londra cominciano finalmente ad apprezzare l’ermetismo e ti cadono ai piedi…
    e poi scusa, aveva ragione Alice, hai davvero mooooolto tempo per scrivere i tuoi post, eh?

  2. mauro ha detto:

    ah! fellone!
    alfine sonasti in quel di londra!
    molto bene!

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