Ho visto un Re – L’occupazione del centro

Questo qui, quello lì, quest’altro giù…

… e via così, verso il dominio incontrastato del centro, il cuore della scacchiera, dove si decidono le sorti di ogni partita che si rispetti. E anche a Londra starsene al centro è più che consigliabile, visto quello che puoi trovare non appena te ne allontani. Checchè dica il mio avvocato, alla leggenda che quassu ci siano tanti clandestini quanti regolari, dodici milioni, io non ci credo affatto, ma forse anche perchè qui nel villaggio di Notting Hill sembra tutto più bello, perfino i barboni hanno un che di caratteristico e poco ci manca che la gente sembri lontanamente umana. Se invece il coraggio o il destino ti spingono appena più in là, certe idee cominciano a sembrarti più plausibili, ma diciamocela tutta, un po’ è anche per questo che la vecchia London ci piace, no?

Maestro.

Questa settimana è piombato in ufficio uno scatolone via posta aerea, da cui è sbucato un altro impiegato indovina indovina… indiano. Ormai non si contano più, ovunque mi giro sono lì, a scrutarmi: la curry-connection mi ha accerchiato. Ma perchè l’azienda si ostina ad assumere tutti questi maledetti stranieri, me compreso? Per la loro etica del lavoro, mi si spiega. La qual cosa, quasi comprensibile nel caso degli adoratori multibraccia della dea Kalì, assume sfumature comiche se pensi a me e alla mia rinomata dedizione per qualsiasi cosa che non sia lavoro durante le ore di ufficio. Invece salta fuori che dai sudditi della Regina c’ho solo da imparare. Così, tanto per dirne una, un mio collega del reparto Naval (militare) è tenuto a portare i capelli corti per contratto, e visto che passa un terzo del suo tempo in ufficio (il suo calcolo non tiene conto dei weekend), si può dire che un terzo della sua crescita pilifera avvenga durante l’orario di lavoro. E per questo motivo ha ritenuto lecito fare richiesta affinchè un taglio di capelli su tre venga effettuato durante il suo working time, a spese dell’azienda. Purtroppo i manager anglosassoni condividono con quelli nostrani l’incapacità di apprezzare la fantasia e quel dannato attaccamento al budget, come se fossero soldi loro.

Urban (shitty) life.

Squatter, scuotter, dai tempi del G8 questa parola è entrata nel gergo quotidiano italiano, come sinonimo di “onto che pare un sengalo, e che se ne sta tutto il giorno in piazza come un fanecco (tossico), quando non è ad incendiare cassonetti e far casini con la polizia”. Un personaggio a cui molti darebbero volentieri un calcio nel culo e un bel ma vai a lavorare, io compreso, se non avessi deciso di star lontano dalla politica (ma poi, è politica?). Anyway, come di certo saprai la parola squatter deriva dal verbo to squat, accovacciarsi, e indica chi, abusivamente, occupa una proprietà immobiliare. In Italia, dove di abusiva c’è anche la voglia di ricominciare, te ne immagini a frotte, ma qui, il regno della legalità… E invece n’è piena la città, sono ovunque, perfino nei quartieri più in. In una metropoli c’era da aspettarselo. Quello che invece non mi aspettavo affatto, e che mi ha lasciato sconvolto, è il fatto che la legge li tuteli più dei legittimi proprietari. C’è di che gridare Viva la revolucion!, se non fosse per la storia di questa povera ragazza madre che, tornata da qualche mese di volontariato con i senzatetto del Peru, si è ritrovata la casa occupata e da allora è costretta a vivere in una tenda, nel giardino di un amico. Una tenda che si è andata a riprendere a casa sua, sotto la sorveglianza della polizia, lì per proteggere i diritti di quelli che mentre la tipa era via le hanno cambiato la serratura.

Una gita a…

A volte una semplice lampadina bruciata può cambiarti la giornata, soprattutto se quella lampadina è quella di un segnale della metro. E soprattutto se, per non so quale motivo, la centrale operativa della London Underground Services si dimentica del tuo treno e lo lascia per più di due ore abbandonato a se stesso, in un tunnel. Di certo non il modo migliore per rilassarsi dopo una giornata di duro lavoro intellettuale, ma qui siamo, checcivuoifare, facciamoci un pisolo. Alla fine una squadra di soccorso ha riaperto una stazione apposta per noi e, mooolto lentamente, ci ha fatto evacuare a Bethnal Green, un posto che, altrimenti, non avrei visto mai. A ridosso della City, questo quartieraccio è uno dei tanti nuovi ghetti di Londra. Nel giro di un paio di metri, lo stacco tra la fuliggine dei mattonacci e il luminescente vetro-acciaio delle grandi banche è rabbioso, come quello tra i manager rampanti fuori dalla stazione di Liverpool Street, ad un tiro di schioppo, e le lower classes a spasso per la high street. Qui i poliziotti sono ancora più grossi del solito e, grazie ad un editto speciale per zone degradate, se ne vanno in giro con giubbo antiproiettile e cannone bene in vista. Figure materne, con quel loro pancione in kevlar, che da queste parti fa sempre piacere incontrare. E nell’atmosfera familiare di Bethnal Green non poteva mancare il nonno abbioccato: eccolo lì, sul marciapiede, la schiena appoggiata ad un muro, le gambe buttate a casaccio, il berretto calato sugli occhi, in attesa del prossimo autobus, o della prossima ambulanza. Tanto ne passa una ogni cinque minuti, meglio del 23. Papà se ne sta invece a masticare il suo stuzzicadenti. Copre la pelata con un baschetto, per nascondere i suoi 130 chili invece c’è poco da fare. Che sia lui il babbo lo si capisce subito, per il fatto che tutti i caucasici della zona sono come lui o lo stanno per diventare. Incrocio due connazionali robustelle, conciate come Cindy Lauper in una giornata di emicrania. Parlano di alcol e vomito, si sono ambientate benissimo. Entro in una farmacia a comprarmi delle bende, devo farmi capire a gesti. Poi, visto che è già ora di cena, mi infilo in una tavola calda, l’ennesimo “Re degli Spaghetti”. I prezzi sono buoni, le cameriere carucce, la minestra mangiabile. Come panorama la riga del culo di un nero ciccione. Schiodo alla ricerca di un modo per tornare a casa, mancano ancora quindici chilometri e non ho ancora idea di come si farà. Prima di entrare nel regno della finanza, Bethnal Green mi saluta regalandomi la vetrina di un negozio di intimo. Sopra ad una statua della Madonna, una scritta al neon rosa shocking: “Sii gentile con me, sono vergine”.

Sii gentile con me,

non conosco donna,

Miotsu.

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Una risposta a Ho visto un Re – L’occupazione del centro

  1. lucilla ha detto:

    io faccio fatica a leggerti, che nonostante tutto mi viene una nostalgia canaglia che manco Al Bano. Pero’ l’avorio, volevo dirtelo, e’ illegale anche in the uk.

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