Ma come fanno i marinai – A terra

Sempre più giù
sempre più giù
sempre
più
giù

lo so, rifugiarsi nei ricordi non è mai una buona idea, siano essi belli o brutti, è meglio lasciarli là dove stanno. Il presente è un momento geloso, non ammette intrusioni, altrimenti prende e se ne va. Ma senza il passato, e tutti i suoi misteri, come farebbero tanti ipnotisti a pagare l’affitto? E soprattutto: come farei io a raccontarti qualcosa in una settimana come questa? Facciamo allora un passo indietro, di un mesetto o giù di lì, ed eccoci di nuovo sulla Commodore 64, a tenere a battesimo l’esimio collega Patrick, al suo primo viaggio in mare. Un viaggetto di routine, la solita gita fuori porta alle Channel Islands, questa volta addirittura organizzata in anticipo, con il tempo per portarsi dietro le mutande pulite. Naturalmente, questo non vuol dire che tutto vada come previsto. Ricordi? La prima cosa da imparare quando navighi è la pazienza, e per uno come il Patrizio, che le studia tutte per risparmiare anche solo un minuto, la lezione sarà di quelle dure. Perchè in mare può succedere di tutto, pure che il vascello gemello della cara 64 prenda fuoco in mezzo alla Manica e debba ritornare in porto, occupando l’unico molo che questi pidocchiosi hanno noleggiato a Portsmouth.

Calma e serenità ci vogliono.

Povero Patrick, avresti dovuto vederlo, tutto agitato, con il morbino addosso, per tutte le quattro ore passate ad aspettare, su una panchina al porto, che la nostra barca potesse attraccare. Neanche valeva la pena spiegargli, che se fai attenzione ogni piccola onda è diversa da tutte le altre o, se proprio proprio non la sai prendere con filosofia, che alla nostra destra c’è una tipina niente male, una tipina che avremmo rivisto ancora…

Niente da fare, navigare non è cosa per lui, è l’ultima volta che perde tutto questo tempo, a non fare un cribbio, in mezzo al nulla. Provo a tirarlo un po’ su, tenerlo occupato col giuochino del flipper, lo annoia. Mi chiede se può usare il portatile, per programmare qualche piccola utility, così, tanto per fare, ma no eh, scordatelo, c’ho ancora due palline e sono a tre milioni di punti. Va’, va’ ai posti di comando, a guardare tutti quei pulsanti pieni di lucine colorate, gioca un po’ col binocolo, non fare i capricci sai? Le ore sono lunghe e dalla barca non si scende, capito?
Insomma la domanda cara/o mia/o è sempre la solita: ma come fanno i marinai. (E come farò io.) Quella volta la risposta l’avrei voluta da Fiona.

People.
Fiona è una ragazzina di ventunanni, tutta minuta e carina, con gli occhioni azzurrini, le tette troppo grandi per stare su, la coda di cavallo e l’espressione un po’ secchiona. Se non fosse così indaffarata, e riservata, ok, diciamo pure stronzetta, le chiederei cosa ci fa, una come lei, ufficiale della Commodore 64, due settimane in mare e due a casa. Una donna a bordo, per carità, ci vuole coraggio a rinunciare così a metà della propria giovinezza. Già, cosa ci fai Fiona, qui, in mezzo al mare. Cosa ci fate, chiappette della Fiona qui, a fissarmi nella saletta delle carte nautiche. Non è posto per noi, qui.

Nelle foto si è sempre contenti.

Purtroppo nemmeno la cabina è il nostro posto, certe cose succedono solo nei film, così, mentre Fiona rimane indaffarata ad aggiornare il giornale del navigatore, latitudini e longitudini segnano il nostro vagare, ricamano geometrie, e dopo neanche ventisei ore tornano ad essere familiari: ecco il porto. Eh? Ventisei ore? Ma, Patrick, che ore sono adesso? Mezzanotte e mezza? E treni, sai se ce ne sono a quest’ora? No. No, non lo sai o no, non ce ne sono? Naturalmente: no, non ce ne sono.
Ma come fanno i marinai, nella Betlemme di Portsmouth, a elemosinare una stanza nel cuore della notte. Dai tempi di Giuseppe e Maria, sai, mica è cambiato tanto, tutti gli alberghi, le locande, gli ostelli: pieni, o chiusi. Si fanno le tre del mattino, i piedi cominciano a fare male, le attrezzature a pesare e la camicia non è più abbastanza per l’aria di mare. Troviamo rifugio in un pub, mezz’oretta soltanto, ci obbligano a cenare. E sia. Nei bagni un teppistello sbronzo mi farfuglia qualcosa, chi lo capisce, e mi tocca di prepararmi al peggio. Il buon diavolo invece, voleva solo fare amicizia, gli racconto dei nostri guai e lui si offre di ospitarci a casa sua, saranno in tanti. No, caro/a, mi spiace, per queste cose, non c’ho più l’età, dovrei essere a casa, adesso, con i figli che piangono e le palle girate perchè, anche questa sera, la moglie c’ha il mal di testa. Chiuso. Chiuso il locale. La situazione si fa surreale, ingegneri clochard troviamo una panchina. La piazza è piena d’avanzi, la gente mangia porcherie e le semina ovunque, per la gioia delle gabbianelle. Mentre mi lascio andare ai pensieri sul futuro, quale futuro poi, Patrick trova qualcosa con cui giocare: patatine fritte. Dozzine di uccelli si fiondano sul pasto ancora caldo, ma non appena atterrano, il sadico collega batte forte i piedi a terra, e li fa volare via. Una volta, due volte, tre volte. Ride infine, della stupidità delle gabbianelle, che hanno paura adesso, ad avvicinarsi soltanto allo snack, e non sanno che non c’è nessun pericolo.
C’è poco da ridere, anche noi siamo fatti così. Non ci credi? E che mi dici dell’inferno?

Io ti dico che ne uscirò, questo è certo, il problema è: come.

Wake up now, wake up!

Miotsu.

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