Ma come fanno i marinai – Alla ricerca di Stakhanov (pt. 2)

8 bit di avventura.

Si riprende a lavorare, sul ponte si fanno vivi gli ufficiali, di quegli omoni!, poi calano le luci, la luna accende il proiettore e si va che si va che si va. Il mare è un ballo liscio, quasi argento, il cielo sgombro, ma senza stelle, le ruba tutte la luna: enorme, piena e gialla, una lampada di carta dell’ikea, di quelle invecchiate che mi ritrovo in cucina. E di nuovo un silenzio dell’anima. Inutile negartelo: sono innamorato. In fretta si fa l’una, liquido il collega e rimango da solo sul ponte, a respirare il grande blu. Beh, da solo si fa per dire, muti muti due marinai tengono d’occhio l’orizzonte. Sono russi, come tutto il resto dell’equipaggio. La nave è un’altra cosa rispetto alla petroliera, più moderna e attrezzata, e immagino anche per il personale la compagnia si sia concessa di spendere di più: se li compri a peso, un russo ti vale due filippini, e pure mantenerlo dev’essere un debito. Stanno muti, loro, fumano, si fanno un caffè. Poi, uno rispolvera dall’armadio la famosa ospitalità marinara: vuoi una sigaretta? Ti va del whisky? A bordo abbiamo il duty free. No? Ah. Eh lo so, tu vorresti ragazze, vero? Ah ah ah, amico, sei nel posto sbagliato, ragazze qua non ce ne sono mica, dobbiamo sempre aspettare due settimane per andare a donne. Rispondo dai, alla fine siete fortunati, sono stato su un tanker e loro a terra non ci mettono mai piede. Filippini? Sì. Ahhh, non ti preoccupare per loro: filipini, tuotti gay, tuotti gay. Tuotti. Segue un gesto che poco lascia all’immaginazione, il compare, con sorriso complice, conferma.

Sono le tre del mattino, con gli occhi di uno che se ne stava meglio a letto, sale su il capitano, la faccia ancora tutta stropicciata, e comincia a dare disposizioni per l’attracco, siamo arrivati. E non ha bisogno del pilota lui, come neanche il miglior pornodivo, parcheggia il suo enorme cosone in un porticciuolo piccolo piccolo, inversione a u compresa nel prezzo, guarda le fune avvolgersi agli ormeggi, poi riscompare sottocoperta, portandosi dietro i suoi scagnozzi. Adesso davvero la nave è tutta per me. Mi piazzo sul sedile di babordo, di fronte alla mia sfida tecnologica, e aspetto. Il radar gira gira gira… le palpebre calano calano calano e… tac! eccomi ipnotizzato, cioè in preda all’abbiocco, un solo pensiero: volere caffè. Non si può cedere adesso, proprio no, bisogna resistere con tutte le forze perchè all’alba manca veramente poco ormai.

E mi fossi fatto lasciare da Frank la macchina fotografica, capiresti anche tu perchè, valesse davvero la pena rimanersene svegli. Fossi uno scrittore, un Manzoni, c’era da farne un quadro di venti pagine, ma per tua fortuna non ho tutto quel talento e ti posso solo dire che due mondi si aprivano allo sguardo nel mattino di Guernsey. Al largo il cielo si faceva rosa, il mare ne ribolliva, tutta un’emozione di luce che sale, e ti chiedi: ma è così sempre? E non ero l’unico meravigliato, dall’altra parte, tutto il porto era allibito, il paese, e le colline. E la luna, che su di esse appoggiava i gomiti e si attardava a guardare, bella cicciotta, vestita di un blu che sembrava quasi finto. Correre fuori e respirare forte, un po’ del giorno e un po’ della notte, riempirsi del paesaggio. Bello, liberatore, soprattutto dopo ventidue ore di lavoro. Ma questo era meglio non pensarlo ad alta voce: le gambe erano in ascolto e venute a sapere la verità, eccole scioperare e io faticare a rimanere in piedi.

Immagine di repertorio, quando si dice, vieni meglio dal vivo.

Sono le sei, Frank se ne sta ancora a dormire, e non si vede nessuno. Ma non passa molto, è quasi ora di ripartire, e il capitano si rifa vivo, un episodio di zombismo (tm Strollic), e a vedermi sgrana gli occhi: ma come, è rimasto qui tutto il tempo? Non aveva capito i nostri piani, e la cosa lo sorprende e lo deve colpire, come una delle storie del libro Cuore, la piccola vedetta veronese. Eh, sì, son rimasto qui, ma adesso, è proprio ora di arrendersi alla natura umana. E vedo qualcosa nei suoi occhi, una forma di rispetto quasi, direi, che mi imbarazza. Venga con me, le ho trovato una cabina. Lo seguo di sotto, incontra la signora delle pulizie: prego, accompagni questo gentiluomo nella suite dell’armatore e si curi che nessuno lo disturbi, deve riposare. Poi a me: vah, rimettiti in sesto. Gentiluomo, chi l’aveva sentito mai, da un capitano poi, io, un povero coglione. Mah. Mi ritrovo in una reggia, più grande del mio monolocale a Padova, con tutto quello che ti aspetteresti in un hotel di lusso, che mobili, che bagno, che lett.. bum, si dorme.

Poche ore, per carità, ma abbastanza per rincoglionirmi, farmi alzare con la luna storta, quella sensibilità all’incazzarsi… Ormai mi rimane solo la voglia di non fare un benemerito cribbio e pisoccare al sole. E invece mi aspetta un tour de force, Frank è veramente in forma, di prove, controprove, allestimenti, settaggi, calibrazioni a distanza, col walkie talkie, infiniti salvataggi e ripristini. Ogni volta: Davide, credi sia il caso di? No. No. No. Lui sembra darmi ragione, poi gli vedi venir su, glielo leggi nello sguardo, lo scrupolo, a divorargli la pace dell’animo, no dai, non possiamo rischiare di non esser sicuri, meglio controllare ancora, giusto per stare tranquilli. E vai. E pensa la faccia che fa, e che faccio, quando, siamo già in porto, si riaccende il marchingegno e non funziona un cazzo. Già mi vedevo sul divano, io. Mi tengo lontano da cacciaviti e oggetti contundenti, vuoi mai la tentazione si concretizzi sulla nuca del capo, e lo osservo fare brigare disfare lettera e testamento. E’ il panico. Ma è in questi momenti, che persone ordinarie e di poco conto, si illuminano d’un tratto, del genio degli antenati, e come gli eroi alle porte di Troia, gli dei entrano in loro e ne guidano la mano. Insomma, mentre Frank è sull’albero a leggere il codice a barre dell’antenna, io deciso mi avvicino allo scatolotto dell’elettronica e con fare d’altri tempi, mollo una pacca robusta, di moto ascensionale. Il video rinasce, imperturbato, come se nulla fosse successo, non resta che aspettare tutto venga trascritto minuziosamente, io nego ogni intervento, con la mia ormai ex-penna, poi finalmente si sbarca.

Per una volta che lavoro...

Arrivo a casa ch’è già buio, e qua al nord è tutto un dire, saranno le dieci passate. Becco il cinese ancora aperto e ci porto dentro le ossa, sognando Singapore in una scodella di minestra. Fatta anche questa, si può andare a donne. Lunedì mi si chiede di presentare la solita relazione, e il conto delle ore, e sì! facciamoli quattro conti, è ora: sei giorni di lavoro, diec… più quat…, poi s…, no dai, impossibile, ricontrolliamo.. qua, là, giù, su. …e invece sì, fa proprio novantuno, hai letto bene: nove uno. Novantuno ore a far ballare le gambe in una sola settimana, peggio di un panettiere bergamasco! E io, che ho sempre predicato l’astensionismo dall’impegno, che figura. Beh, minatore sovietico, mi fai ‘na sega.

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3 risposte a Ma come fanno i marinai – Alla ricerca di Stakhanov (pt. 2)

  1. Alisia ha detto:

    ma poi quelle 91 ore te le contano come straordinari? quindi, avresti fatto più straordinari che ore di lavoro ordinario? e la trasferta, eh, te la pagano la trasferta? sappi che nel posto in cui andrò ad abitare non c’è il mare, quello no, ma due fiumi che poi si gettano in uno dei fiumi navigabili più grandi del paese. immagini sia frequentato da numerosissime barche. quindi, insomma: perchè non vieni ad aggiustare i radar da quelle parti? edddaaaaaaaaaai………

    • miotsu ha detto:

      no, 37 sono di lavoro ordinario, anche se mi becco l’indennità di navigazione, perchè in mare, in teoria, ci si può lasciare le penne, le altre sì, sono straordinario, più festivo quelle di domenica. Sì, mi sono pagato il mancato viaggio a Roma e quello effettivo a Milano (v. Chipster). Ho visto dove andrai a finire, la Cattedrale dell’apprendimento, mica cazzi, gran bel posto. Tu intanto vai, poi al resto ci si pensa con calma…

  2. ceci ha detto:

    uau, michia, complimenti e te lo dico con l’invidia di chi deve consegnare tra una settimana e vorrebbe arrivare a qui livelli di stakanovismo ma non ci riesce perché trova tutto molto noioso. forse è l’incentivo di una notte in una cabina extra-lusso a fare la differenza, chissà….

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