Ma come fanno i marinai – Alla ricerca di Stakhanov.

Hey hooo!
amico/a, dove mi avevi lasciato? Ah sì, per una volta tanto nella vita, si erano appena messi i piedi per terra, e adesso non restava che trovare un modo per tornare nel grande fumo di London city. Solo una questione di biglietti e di un paio di orette, e si rientra a casa giusto in tempo per la cena. Una pizza surgelata che mi sono meritata tutta, con un bel contorno di malinconia. C’è una cosa che si dice dei marinai, che dopo tutto quel tempo al largo, perdono la voglia di vivere a terra, l’abitudine a stare in mezzo alla gente. Io a mollo non ci sono stato che quattro giorni, infiniti sì, ma cosa vuoi che siano, e difatti al vivere civile mi ci sono riadattato alla svelta, ma non subito. Quel che si dice è vero, l’euforia per la terraferma finisce in fretta, poi, la serata te la passi a pensare che quasi quasi, in fondo in fondo, tutto ‘sto casino, tutta ‘sta ggènte…  La stabilità ti dà quasi la nausea, ti manca l’eco metallico dei tuoi passi, l’ostinato geriatrico dei motori, il silenzio di questa gente, che passa le ore assieme sul ponte, e non si dice un cazzo, tanto, cosa c’hai da raccontare, dopo mesi che sei in barca.

Malinconia (a cadenza bimestrale).

Per fortuna la settimana sta per finire, penso buttandomi sotto coperta, e sai che c’è? Domattina non mi faccio nemmeno la barba, tiè!

L’indomani, in ufficio, scopro ch’è stagione di emergenze e la sirena ha cominciato a suonare sempre più spesso. Oggi si ride alla faccia del mio capo, stavolta tocca a lui, e di Patrick, che a bordo ci deve ancora andare. Ma ecco che fulmineo sulla fascia un impegno improrogabile, ricordato guarda caso in extremis, salva il collega dalla corvèe, e gli occhi passano al candidato successivo, Raj due, che nemmeno fa finta di accettare, si scusa, gli piacerebbe, ma… sai… la moglie… eh, mi comanda a bacchetta… poi… il palinsesto… sai com’è. Morgan? Ehm, c’ha dei dvd noleggiati che deve ritornare, po’raccio, e se no c’è la penale… Io ignaro me ne sto dietro il paravento del computer, ancora sto preparando la relazione – tecnica – della mia ultima avventura, e d’un tratto sento come un prurito addosso, una sensazione un po’ fastidiosa, che ti fa allargare il colletto della camicia per avere un po’ d’aria e tastarti in giro per sentire se è tutto a posto. Ma non è tutto a posto, quella sensazione sono sguardi, di flebile speranza, non prepotenti no, ma supplichevoli: hello Davide! Ehm… tu… sei ancora stanco… vero? Mah, capo, tu cheddici? Lui non risponde, ha capito l’antifona, ma gli sguardi non se ne vanno, anzi, si fanno ancora più cucciolosi, teneri teneri.

Beh, capo, sai che ti dico? Ti dico sì, eccomi, quand’è che si parte? Fra tre ore? No, la valigia non ce l’ho, ah, ma si torna domani, allora a posto, si va, destinazione: le Channel Islands, la San Marino inglese, a bordo della Commodore 64, una nave all’avanguardia, negli anni ’80, che fa la spola a portare tir e camionisti. Dopo neanche mezz’ora sono in auto, con uno spazzolino tra i denti, comprato in emergenza, sulla strada per Portsmouth. Si ricomincia.

Ti dico subito che si tratta di un sequel, e come vuole la regola, i sequel non sono mai come l’originale, non ti aspettare grandi cose. Questa volta è tutto tranquillo, tutto regolare, a partire dal capitano, una persona d’altri tempi, cortese e pacato. Ti mostra il ponte, il porto, i misteri della vita e della radio ad alta frequenza. Delicato esprime la sua preoccupazione per le prestazioni del nostro prodotto, avere un radar che fa le bizze di notte, in mezzo alla nebbia, a volte lo fa sentire in apprensione. Li me cojoni! Io me la farei addosso. Ufficiale e gentiluomo. E con grande rammarico si scusa: per noi non c’è che una cabina doppia… Tutto tranquillo, tutto regolare. Beh, se non fossi con Frank.

I miei colleghi e altri animali.

Nuove tendenze in fatto di moda maschile.

Frank è il mio responsabile, quello con lo skullet, ricordi? (v. Tutta mia la città – Issue Eight) Un grande capo, una persona splendida, di quelle che non si incazzano mai e la buttano sempre sul ridere. Non ti devi preoccupare, se sei in ritardo coi tempi, se hai combinato una cazzata delle tue, se una cosa proprio proprio non la sai fare, da lui avrai sempre comprensione, sostegno e aiuto. Magari una battuta. A volte che fa pure ridere. E a vederlo lavorare poi, con una processione di disturbi perennemente alle sue spalle, con quella precisione, con quell’attenzione al particolare… Anche in questa occasione non è da meno: non appena arrivati a bordo, l’è tutto un travagliare, avvitare, svitare, scribacchiare appunti inutiili sul colore delle tende, sull’alito del capitano, impeccabile, (messaggio promozionale) sarà la Pasta del Capitano, le tette della cuoca invece no, quelle gli passano inosservate (ma non a me). Ma, tanta l’attenzione per il suo lavoro, tanto poca quella per se stesso, e di riflesso, per gli altri. Insomma: le tira, non spesso, ma quando le tira le tira, di quelle silenziose ma che dopo un secondo si aprono le cloache di Calcutta, ti prende la nausea e, anche se è il capo: Fraaaaaaank!!! Oh, sorry for that. Uuuuuuh, a bad one! Se ne accorge sempre dopo, e se le commenta pure. La doccia? Il sabato, oggi è giovedì. E poi è tutto un disastro, butta lo zaino come capita, sopra la mia giacca stirata di fresco, poi starnutisce sulla mano nuda, si toglie le scarpe, nooo!, si massaggia i piedi. Riprende con gli appunti, scrive, mastica la penna e… e poi me la ridà indietro, era la mia. Era.
Io, con lui, non ci dormo.

Patti chiari, amicizia lunga: con la scusa che potremmo avere problemi in ogni momento, facciamo i turni. Io rimango in piedi fino alle sei. Tu, te ne vai a dormire quando vuoi. Poi, ci si dà il cambio. Affare fatto.

– continua –

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