Ma come fanno i marinai – Trappola a riva (pt. 4)

Sono il padrone del mon-dooooooo!!!

Tranquillo tranquillo passa il pomeriggio e arriva sera, ora di partire finalmente. Il Mac fa appena in tempo ad andare giù, la cena invece, beh, quella si vedrà…
Una delle cose che aveva attratto la mia curiosità di bambino alle giostre, all’inizio del viaggio, erano tutte quelle maniglie in ferro, belle salde a sbucare ai lati di ogni apparecchiatura sul ponte. Sarà che a stare in piedi tutto quel tempo, solo il capitano ha la sua sedia e nessuno la tocca, uno si stanca, e almeno ci si può appoggiare, mah. Non sono mai stato un tipo sveglio, ma poi arrivano 25 nodi di vento a tribordo e ti aiutano a ragionare. Sto uscendo dal porto e già vedo, poco più in là, il mare, quello vero, che non è in serata. Una ruvidezza che non promette niente di buono, stasera si balla, penso. E non mi sbaglio, avanti e indietro, destra e sinistra, una gincana marittima che ci mette poco a farsi sentire. All’inizio è quasi divertente, sembra il tagadà, se ancora lo ricordi, poi la testa comincia a dolere, girare, e lo stomaco si inquieta, come dopo la sesta sambuca, manca solo l’allegria. Grant, non fa una piega, si fa un caffè, non è che s’è abituato, dice, è solo che, non sa perchè, la cosa non l’ha mai toccato. A me tocca, invece, e gli ufficiali di turno, due ragazzini dallo sguardo complice, mi sorridono come a dire, poveraccio, su col morale che passerà. Uno anzi me lo dice proprio: il mare è così, peggio pure, se vai al largo della Francia, là, dieci giorni senza riuscire a mangiare. Ma nel momento più opportuno ecco arrivare un problema al radar, il dovere chiama, mi fiondo allo schermo e comincio a trafficare con la tastiera. Guardare l’orizzonte piegarsi di 15 gradi, dicono non è poi così tanto, ti aiuta, capisci dove stanno andando le cose e come piegare le gambe per salvare il resto. Ma quando i tuoi occhi si fissano… Due minuti, due, non di più, il radar riparte e io mi fiondo in cabina, a ricordarmi degli involtini di pollo. Anche se è troppo tardi, prendo una pasticca e mi sdraio un paio d’ore, ad aspettare che faccia effetto. Tornato su, sul ponte, sono ancora tutti lì ad aspettarmi, onde comprese. Lo stomaco è a posto adesso, ma la testa ancora scoppia: siamo al giorno dopo una sbronza, e mi viene in mente il bambino sfigato del travelgum: ero io. Autista, devo scendere, mi fa male l’autobus… Ma noooo bambino, da oggi c’è Travelgum! Autista di merda, dì la verità, che non vuoi fare tardi per la partita, disgraziato. Il mal di mare è così, vorresti scendere, ma non puoi, altre otto ore al prossimo porto. Otto ore che non so come passino ma che alla fine passano, e si va a dormire, ci penserà Grant a chiamare casa madre, quando la terra sarà vicina. Una volta erano i gabbiani a dirti che eri arrivato, adesso è il cellulare che ricomincia ad avere campo.

In mattinata, i moli erano tutti occupati, mi dicono si starà all’ancora un paio di giorni. Xxxcan! rispondo in gergo marinaresco. Ma non preoccuparti, Southampton è a sette miglia, l’isola di Wight a tre. E che, vuoi metterti a fare il fricchettone adesso? No, ci faremo mandare una lancia. Ah! Bel modo, un mercoledì da leoni, di imparare a scendere al volo da una petroliera.

Ciao ciao bel biondino.

Sono le ultime ore ormai, Grant è tutto un sorriso, c’ha la donna e il benessere ad aspettarlo, a me invece un po’ dispiace, che sia già, già finita. Il capitano ci invita nella saletta ricreativa, un divanetto e un tavolino, il cuoco ha preparato delle pagnottelle dolci. Si fanno quattro chiacchiere, mentre lui risfoglia, dopo chissà quante altre volte, una copia del Sun di due mesi fa. Due passate, vuoi mai sia rimasto qualcosa da leggere. Sono 27 anni che è in mare, e ormai ci sta bene, all’inizio i contratti erano diversi, quando faceva Manila-New Orleans, otto mesi in barca e due a casa, allora sì era dura. Torni e le tue figlie sanno già camminare. A proposito di figlie, adesso ve le mostro. Apre il portatile, e parte una parata di matrimoni, foto da tavolo, fatte in studio, ben vestiti e pettinati, poi lui in alta uniforme, sembra quasi un capitano vero. Gli sgamo tra i documenti un paio di film porno, e come biasimarlo, il poveretto, quasi quasi gli chiedo se me li posso copiare.

Ma ecco arriva all’orizzonte rombante un motoscafo, impaziente ci accosta e spintona finchè non lo si accontenta. Si cala giù una scaletta di corda, è ora. Il giubbotto di salvataggio? La fune di sicurezza? Mi avevano detto che avrei dovuto… Dai, muoviti! Pensavo fossero solo trovate dei film, eccomi, op, op, oooooo oop, op. Tum. Dentro in cabina! Il servizio spettacolo è compreso nel prezzo.

Al mare ci si dà anima e corpo.

Il numero del Capitan Trinchetto.
Mentre il mozzo se ne sta fuori a fumare, ecco aspettarci al timone un marinaio, di quelli veri. Il capitano Findus, tutto spettinato e senza denti. Mentre la lancia sfreccia veloce, si alza in piedi, molla il timone, e parte con quella che deve essere la sua vera passione repressa, la stand-up comedy:
“ehm, volete guidare? No? Sicuri? Beh, allora lasciamola andare.
E così siete di Londra, vero? Ci sono stato una volta, ero ubriaco fradicio, sono entrato in un pub, a Soho, e volevano cinque fottute sterline per un fottuto tè. Maledetti ladri… Fanculo! Sapete se è ancora aperto quel posto?”
Un’onda lo interrompe.
“Ooooops, impiegati del cazzo, l’altro giorno mi fanno: lei guida una barca, ma non sa nuotare, come mai? Eccheccazzo, perchè tu, se la tua barca va a picco a 20 miglia da riva, ti metti a far bracciate? Non capiscono un cazzo. Come quando sono andato a comprare una tivù, e ce n’erano due, uguali e una costava trenta pound più dell’altra. E perchè? Il tipo mi fa: è perchè a questa ci puoi attaccare l’aipod. Ma vaffanculo, io non ci devo attaccare l’aipod, io non so neanche cos’è questo cazzo di aipod, voglio solo guardarmi il rugby, quello c’è, eh?
Ragazzi, questo millennio non fa proprio per me, io dovevo morire a cinquant’anni, nel ’99, guardatemi, adesso ne ho sessant’uno e una moglie che ancora mi rompe i coglioni. Siete sposati voi? No? Bravi figlioli.
No, dai, le donne non sono poi così male… è che dopo arrivano le miniature, dio se le odio, e i nipoti cazzo, che schifo! Cominci a sopportarli quando crescono abbastanza da poterci andare assieme a vederti un porno…”
Getta la sigaretta e tossisce fuori l’anima.
“Aargh! Il fumo. Per fortuna che ho smesso.”
Voce da fuori: “Con le tueee!”
“Sessanta sigarette al giorno, per quarant’anni. E sai cos’è che mi dà fastidio? Che mi ci sarei potuto comprare una casa, con tutti i soldi che ho buttato, centoquarantamila pound, li ho contati e stavo per tirare le gambe. E voi? I vostri soldi? Dov’è che li buttate i vostri soldi?
Sigarette?
Alcol?
Donnine?”
Perchè d’altronde mica è concepibile che un uomo non abbia vizi a terra. E il numero volge al termine.
“Godetevela, voi, chè il tempo passa veloce. Io, sono gravemente malato. E sapete qual’è la mia malattia?
Sono inglese.
Bianco.
Maschio.
Eterosessuale.
Lavoratore…
Cazzo! Se esiste la reincarnazione, voglio rinascere in una cazzo di lesbica nera che vive col sussidio! Dovevo morire nel ’99.”
Cala il sipario, si lancia una cima.

E’ terra.

– fine (?) –

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3 risposte a Ma come fanno i marinai – Trappola a riva (pt. 4)

  1. ceci ha detto:

    grazie è stato meraviglioso, peccato tu sia già approdato a riva!
    sei approdato, vero?

  2. Maurizio Scrostabarile ha detto:

    Bellissimo. Mi hai fatto venire voglia di fare il marinaio che ha smesso di fumare (le sue).

    P.S.: Un saluto alla Ceci da Enrico.
    P.P.S.: Speriamo che ti mandino presto da Manila a New Orleans.

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