Una carezza in un pugno – Round Nine

Cattivo comeadessou, non lo sonou statomaii!
Fegato ci vuole, caro/a, ma non solo. E non basta averlo, bisogna anche coprirselo, chè hai voglia a fare tanto il galletto, se te lo beccano giusto, dice il buon Jimmy, ti arrotoli per terra come un escremento canino. E come tale escremento non ti muovi più. Decisamente una brutta sorpresa. E uno dei modi peggiori per uscire di scena prima del limite, ma mai come vedersi arrivare una spugna dall’angolo, quando ancora ne hai un bel po’ nelle braccia. Nel ring pensi dipenda da te e dal tuo avversario soltanto, così tutto il resto ti becca con la guardia abbassata. Prendi, e porta a casa. (Dio, sto iniziando a parlare come Ligabue, aiutatemi!)

Parola di Gigi.
Ehi giovanotto!
(Un tono che non mi piace per niente.)
Non hai venduto abbastanza biglietti…
(fai prima a dire nessuno)
‘sto giro stai in panchina!
(E cazzo! Come ai tempi del pallone, è proprio il mio destino. E come quando si andava a suonare nei bar e i gestori ti chiedevano sì, suoni, ma porti gente? Io la devo portare la gente, io porto il gruppo, alla gente ci devi pensare tu, stronzo.)
Questo era l’accordo.
(Dici quell’accordo che non ho mai visto, né firmato, né nessuno mi ha mai spiegato o forse lo hanno fatto e pensavo parlassero del tempo?)
Sai, è per le spese… E per la beneficenza.
(Eh sì, la beneficenza, me l’ero scordata. Alla fine poi l’ho scoperto cosa volevano dire: i fondi raccolti potranno finanziare corsi gratuiti di boxe, indovina dove, per i bambini del quartiere. E grazie al cazzo! A parte che un figlio di sei anni, piuttosto che a rovinarsi lo sviluppo a suon di cartoni lo mando a spacciare, chè le botte basto io a dargliele, mappoi dai, è come se i miei capi facessero colletta per donare sistemi radar alle flotte dei paesi poveri. Via un peso dalla coscienza, via un peso dal magazzino. E allora ciao, bello, ciao, me ne vado in doccia.)

Calmo e sereno, saluto i compari e faccio loro gli auguri. A nessuno gliene frega ‘sto granchè, ogni giorno qualcuno molla e qualcun altro salta a bordo, uno in più, uno in meno. Per consolarmi, i veterani mi dicono che non so cosa mi perdo: fare a pugni sotto i riflettori, davanti a cinquecento persone urlanti, con una sventola che ti zompetta davanti tra una ripresa e l’altra, è un modo fantastico di passare la serata. Maccheccivuoifare, stavolta non è cosa, posso sempre andarmene al cinema, o farmi quattro passi in riva al fiume, o anche starmene a casa, le alternative come vedi non mancano. Si può pure vederla così: ci ho guadagnato un paio di mesi di palestra a sbafo, ho imparato a fasciarmi le mani come si deve, tirare quattro sberle e riprendermele indietro. Un po’ più amara invece è la realtà con cui ti scontri all’improvviso, il velo che ti si squarcia davanti, mostrandoti quello che sei: un povero mona senza uno straccio di legame, se non i fili che ancora tendi al tuo paese, il milionesimo sfigato solitario in città. Ci sarebbe di che allungare il muso, darsi al grigiore urbano dei polacchi sulla metro, ma alla nostra età non serve a molto, sempre attivi e frizzanti bisogna essere nella London da bere. Ci vuole fegato, ma anche controllo. Controllo mentale…

Resta cun meeeeeee…
L’efficienza britannica non conosce limiti. Neanche fai a tempo a tenere un po’ il broncio che subito scatta l’emergenza e rimediano in tempo reale al tuo disagio di immigrato con un sacco di attenzioni. E così per dimostrarmi il loro affetto, sabato non mi hanno lasciato partire per la mia bimestrale ventiquattr’ore sul suolo italico. Un po’ timidini, si sono inventati che ero in ritardo e il volo se n’era già partito, tutta una scusa per restare vicini vicini e farmi un po’ di coccole. Per mia fortuna, dopo avermi scortato dall’imbarco all’uscita senza passare dal via, si sono pure bevuti la storia della zia malata all’ospedale (e hanno fatto bene: è vero) e mi hanno riprenotato al volo l’ultimo posto disponibile della giornata per il nordest. Aggratis. Viva le compagnie di bandiera. Nel volo di ritorno, mi fanno compagnia su di un aereo deserto un manager unto e abbrustolito di non so quale marchio multinazionale di italian fèscion, uno con la faccia da idraulico e delle svastiche tatuate sui polsi, e due regazzini colla chitarrina, un biondino, un morettino, tutto il tempo a firmare autografi e a mettermi al corrente del fatto che con l’Italia ormai c’ho poco a che fare. Chi cazzo sono, mah, meglio farsi un pisolo.

Guardami!
Guardami!
Guardami!
Dopo mille peripezie postali, sono finalmente riuscito ad entrare in possesso del mio bel certificato, a lettere d’oro bollato Thames Valley University, di “operatore di ipnosi clinica”, per gli amici: ipnotista. Eeeeeh? Se anche tu, come l’Alice quando l’ha saputo, sgrani gli occhi e chiedi: ma come, hai ipnotizzato qualcuno? La risposta è sì, ho ipnotizzato qualcuno, più d’uno a dire il vero. E la cosa, modestia a parte, mi viene pure gran bene, tant’è che in molti sono rimasti sorpresi dalle “prestazioni” del “giovane italiano con cappello” e i risultati del lungo estenuante esame finale hanno stupito pure me. Non ti preoccupare comunque, non sono diventato brutto come Giucas Casella, e neppure mi sono messo a far fare alla gente cose cretine, è una cosa cretina. Al più potrei approfittarne per scroccare qualche birra al pub, ma non ce n’è bisogno, la gente qui offre pure agli sconosciuti, almeno quello. Ogni tanto il mio capufficio balla col mocio, i raj salgono sulle scrivanie e a reti unificate intonano: la mòn-tanara ohèèèè, si sen-te, canta-a-re, ma sono eventi del tutto incorrelati alla mia nuova area di competenza.

Ed ecco il suono della campana, bello/a,
via il paradenti, e un abbraccio,
Deividi “the disgraced” Maiòsiiiiiii.

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