Una carezza in un pugno – Round One

Adriaaaanaaaaaaa!

hi mate, yo, yo. E così sei ancora in piedi eh? Anche questa volta non tutti ce l’hanno fatta e abbiamo perso qualche amico per strada, la dura legge della giungla urbana. Nel caso tu sia un/una nuovo/a arrivato/a ti basti sapere che, dopo aver solcato virtualmente i sette mari, realizzando software per la navigazione sulle sponde del Tamigi, ho risposto alla chiamata e ho deciso di salire sul ring e combattere per salvare un fantomatico orfanotrofio. L’incontro è fissato per il 10 giugno o giù di lì, sono in missione per conto di Dio. Un Dio quantomeno ostile… E infatti si comincia subito malissimo fra’. Eh sì, perché ti sembra possibile che tra venticinque principianti totali che hanno risposto all’appello umanitario, l’unico della mia misura è un poco più che ventenne che boxava nell’esercito? E non ridermi in faccia, dài, come tutti gli altri e dirmi che me la sono andata a cercare, qui c’è poco da scherzare: il tipo picchia come un mugnaio e sta un bel po’ di gradini sopra tutti gli altri, me compreso. Il destino nella sua forma più beffarda e zompettante. L’unica soluzione è buttarla sul piano fisico. E cioè iniziare con una dieta ipercalorica, ingrassare suinamente nella speranza di portarmi in zona di sicurezza, cioè in una categoria di peso superiore.

People.

A casa di mia sorella, faccio la conoscenza di Louise, cinquantenne dagli occhi blu marinaio, i capelli castani corti. Come consuetudine per le inglesi di una certa età mi spiattella in due minuti tutta la sua vita. Nasce cameriera in un ristorante e scala la piramide diventandone in breve tempo manager. La vita da direttore risulta impegnativa, nasce l’urgenza di trovare un modo per gestire lo stress. Così Louise inizia a dedicarsi allo yoga, di cui diventa presto insegnante. Passa quindi tre anni in Sri Lanka, in un centro yogico mondiale, ad accogliere gli ospiti stranieri e ad approfondire i suoi studi. Ritornata a Londra, sposa un uomo (qui bisogna specificare) olandese, con cui si trasferisce dapprima in Portogallo, poi in Francia. Ora vive a Cambridge, capitale inglese della tecnologia, e da poco ha terminato i suoi studi da designer di interni. Mi invita a visitare le company del luogo, visto come vanno le cose da me, si offre disponibile a consigliarmi per un eventuale trasferimento. E magari arredarmi casa, la furbetta.

Doping.

Oggi la mensa aziendale, se si può chiamare così quel misero, angusto e deserto servizio catering che abbiamo, propone la “bombarda delle Antille”. Una grossa patata bollita con buccia e tutto, riempita di fagioli in salsa al pomodoro e ricoperta di resina ipossidica al formaggio. Nel pomeriggio segnalate deflagrazioni a poppa.

Ed ora, i risultati sportivi dello Speakers’ Corner Championship:

1        La Sacra Bibbia, autunno-inverno 2010: 149 punti

2        Ultimate Islam Extreme: 28 punti

3        Chiedi ad un Ateo: 22 punti

4        Marxismo-Leninismo-Stalinismo-Socialismo-Maoismo United: 8 punti

Non classificati: un tipo che alla faccia di Bossi vorrebbe unificare il mondo per eliminare le guerre, le speculazioni sul cambio di valuta e l’immigrazione (questa almeno dal punto di vista formale); un tizio sornione con il basco e il vocione rauco che semplicemente racconta i cazzi suoi.

Passe-partout.

Sto uscendo da un cinema, pensando: mah, se andavo a vedere un porno magari ci capivo qualcosa di più. E mi rinfrescavo la memoria. Comunque, un bel ragazzo dai lunghi capelli neri, il giubbio in pelle e una felpa vintage recante la scritta CCCP, mi affianca e mi chiede: did you enjoy the film? Gli rispondo insomma, cortesemente chiedo altrettanto. E lui parte con una tiritera in quella sua lingua, l’inglese, che tanto sembra facile sui banchi di scuola, e invezze… Purtroppo puntualmente si verifica quello che più temo: finito il discorso, spara una domanda. Un bell’imbarazzo, se gli dico che non ho capito gli tocca di ricominciare daccapo o facile che mi manda a cagare e poi va a finire a pugni come al solito. Ma gli dei mi sono propizi e mi infondono l’ispirazione per la frase che d’ora innanzi mi permetterà di uscire da ogni empasse linguistica: “I can play the Rocky theme with my armpit.” (Riesco a suonare il tema di Rocky con l’ascella.) Uno specchio riflesso portentoso, un barbatrucco che lo lascia di stucco e lo costringe a ripiegare su un perplesso a-ah, salutarmi e scomparire nella notte. Eh, come diceva forse quel deficiente di Groucho, il mondo è diviso tra geni e gente che dice di esserlo. Io sono un genio.

See ya, mate,

Deividi “The Sailoooooor” Maiòsiiii.

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