Ma come fanno i marinai – Chapter Fifteen

Nave fantasma nella nebbia marinaio/a,

ricordo quando nel vecchio fabbricone metalmeccanico annunciarono il taglio di sessanta dipendenti. Assemblea dopo assemblea, vaga possibilità di scioperi, blocco degli straordinari, presunte trattative sindacali, incentivi monetari, due anni di mobilità, possibilmente preceduti da un anno di cassa integrazione straordinaria. E poi il nervosismo, i presentimenti, le voci di corridoio, lo stillicidio. La tragedia, il melodramma, la farsa. Mesi di apprensione per tutti. Qui invece, meno di una settimana dopo l’annuncio dei licenziamenti previsti, il direttore raggiunge la nostra combriccola in pausa e sottovoce ci avvisa che i prescelti sono già stati informati, hanno svuotato cassetti e armadietto e se ne sono tornati a casa. Tutto qui. Ancora adesso non so chi siano, cosa facessero e cosa aspetta loro. E questo probabilmente non lo sanno neanche loro, amputati dall’azienda come una cima di troppo. Gli altri, nessuno di noi batte un ciglio, si muove a sostegno, la solidarietà non è prevista nel mondo darwiniano delle company. Ma non ti preoccupare, mi si dice, hanno la liquidazione! Una settimana di stipendio per ogni anno lavorato! (Se non mi sbaglio un quarto di quella italiana.) Che fare, ancora una volta fortunato sopravvissuto alla tempesta, stringere i pugni e andare avanti…

News.

Vedo sul giornale la faccia allegra del Beppe Bigazzi, il simpatico bifolco dell’imitazione italiana di Ready Steady Cook, e leggo che è stato bandito dalla tv per aver lodato il piatto tipico dei Berici. Certo che se avesse dispensato consigli su come cucinare il manzo, che a differenza dei felini è un animale addomesticato che sviluppa attaccamento verso gli umani, o se fosse stato ospite di una tv del GuangDong, dove si mangia qualunque cosa cammini, voli, nuoti o strisci, nessuno avrebbe avuto a che ridire. Sì lo so, c’è della gente che nutre dei sentimenti nei confronti del gatto, mica ci si nutre, ma che dovrei dire io che nutro dei sentimenti nei confronti delle vacche? Sacre e non? Quello che però fa riflettere è sapere che il villico in questione è stato negli anni un pezzo grossissimo dell’Eni, nonchè l’Amministratore Delegato (quello che comanda, insomma) dell’Agip, della Innocenti, della Maserati e della Lane Rossi di Schio, dove evidentemente è nata la sua passione per la buona cucina di una volta. Pensaci, se ti capiterà ancora di vederlo grattarsi le olive vestito da boaro, l’industria italiana è in mano a gente come lui.

Cian cin ciun, cian bel cul.

(Er Monnezza. Delitto al ristorante cinese.)

Eh, sicuramente l’avrai saputo dal tiggì. Domenica scorsa è iniziato l’anno della tigre. Dodici mesi in via di estinzione. Potevo forse perdermi i grandi festeggiamenti organizzati in Ciàinataun una settimana dopo? Appena ripresomi dalla romantica atmosfera della festa degli innamorati, eccomi dirigermi verso il quartiere delle anatre glassate appese ad ogni finestra, chiaro esempio delle tipiche modalità di integrazione, o meglio: di non-integrazione, del grande popolo cinese. Ed è ovunque festa, cioè folla di gente stipata ovunque. Su di un grande palco in Trafalgar Square si susseguono acrobati, ballerine e cantanti vestiti come zampognari. Imperdibile una reinterpretazione di Osssoooleeeemmmioooo, con prima strofa in italiano, le rimanenti in cantonese. Tra un’esibizione e l’altra due presentatrici di origine asiatica ma british fino al midollo intrattengono il pubblico con interminabili excursus sui segni zodiacali cinesi. Spazientito mi dirigo verso i vicoli, il traffico pedonale è ancora scorrevole. Poi eccomi di fronte ad una ressa impenetrabile: più in là c’è un drago, ne intravedo un orecchio. Provo ad andare avanti per la mia strada, ho improvvisamente fretta, ma non c’è verso, troppa gente. Rinuncio, faccio per tornare indietro, mi giro e scopro che nel frattempo è sbucato dal nulla un altro serpentone, con il suo contorno di folla sciamante. Cazzo, sono circondato. Non mi resta che rimanermene lì, per quasi un’ora, ad aspettare che la processione continui. A farmi compagnia, il “Dio dei Schei”, una specie di Babbo Natale meid in ciaina che si fa fotografare con i bimbi. Buon anno e tanti Schei anche a te!

Charity.

Ovvero beneficenza. Nel paese natale del capitalismo, il borghese arricchisce mentre la moglie annoiata raccoglie altrui denaro per i meno abbienti, giustizia sociale in versione Mary Poppins. Ma almeno qui le charity foundation sono tante e agguerrite: arruolano schiere di buoni samaritani per assalire i passanti con i loro secchielli tintinnanti, gestiscono catene di negozi dell’usato e organizzano gli eventi sportivi e mondani più impensati. Dove vadano a finire i soldi poi, molte volte non lo si sa, ma c’è un senso generale di fiducia, figlia del profondo senso etico britannico. Nel momento difficile che sta attraversando il paese che mi ha accolto e nutrito, potevo forse tirarmi indietro di fronte al mio dovere di quasi benemerito quasi-cittadino? Certo che no. E così eccomi rispondere al solito annuncio sul giornale e venire coinvolto nella causa: aiutare dei non meglio precisati bambini povri. L’organizzazione umanitaria in questione mi fornirà gratuitamente tutto il materiale necessario per l’allenamento e per tre mesi verrò seguito da un preparatore professionista nel raggiungimento della forma fisica e nell’apprendimento della tecnica. Io in cambio dovrò solo farmi gonfiare la faccia come una zampogna, per sei minuti di sofferenza, alla prossima serata di White Collar Boxing (www.badboypromotions.co.uk). Una cricca di impiegati frustrati della city che si massacra sul ring, secondo le regole della nobile arte inglese, per il sadico gusto di un qualche centinaio di riccastri paganti. Più o meno quello che succede ogni giorno in qualunque grande azienda che si rispetti.

Intanto, è meglio che vada sul ponte a fare un po’ di piegamenti.

Su con quelle braccia!

Davide.

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