Ma come fanno i marinai – Chapter Twelve

Terraaaa!

Stappa lo spumante, passeggero. Questa settimana è avvenuto il mio primo rilascio. Software. Un’esperienza liberatoria che trova il suo miglior paragone nella fine della stitichezza. D’ora in poi migliaia di vascelli sparsi nei sette mari potranno ricevere richieste di soccorso direttamente sullo schermo del loro radar, e altre piccole amenità, grazie al frutto del mio lavoro, il che, conoscendomi, è preoccupante. Giorni di apprensione comunque, dove sono stato eletto a task-force-tappa-bachi-dell’ultimora. Un radar in produzione è impazzito e, emulo del migliore Clouseau, mi sono dovuto travestire da operaio hindu per individuare il colpevole, contro un muro di gomma impenetrabile. Un catamarano velocissimo che fa la spola tra Portsmouth e l’isola di White, e che potrebbe anche navigare a vista, so’ 10 miglia, credeva di essere in Corea, il tasto centrale dei mouse non voleva saperne di funzionare e altre simpatiche emergenze che mi hanno tenuto in ufficio fino a tarda ora in più di un’occasione, senza che però nessuno me lo chiedesse o me lo suggerisse. D’altronde qua si pedala, mica facciamo biciclette. Il mondo ha bisogno del trasporto marittimo. Come ti sentiresti se domani non potessi fare il pieno alla tua terza automobile, perché il sistema di navigazione di una qualche petroliera ha iniziato a comportarsi come uno dei suoi creatori?

I miei colleghi e altri animali.

Ganesh Ramayapartenopearaisat è il mio piccolo giocattolino indiano. Indiano verace, alto un metro e un baffo, il suo, il capello ordinato all’indietro e la pansetta del quasi cinquantenne. A volte lo ucciderei. Un “senior”, Ganesh è il mio riferimento in materia di interfaccia utente. Ma prendi un’incomunicabilità di fondo, aggiungici il fatto che è un po’ arrugginito, mescola il tutto con l’assunto da parte sua che, essendo l’ultimo arrivato, non so ancora un cazzo, ed ecco una torta al tritolo pronta ad esplodere. E inevitabilmente dopo cinque minuti che si parla io inizio ad alzare la voce paonazzo, a stringere i pugni, a produrre incomprensibili rappresentazioni schematiche di come funzionano le leggi della logica occidentale, a citare Cartesio. In tutto questo lui se ne sta lì impassibile e assorto, cosa gli passa per quella sua testina di vitello sacro dio solo lo sa. Ma tanto non importa, alla fine di tutto, come un biscotto della fortuna del discount, se ne esce con il solito responso: “è perchè i nostri oggetti non sono quelli standard di windows”. E grazie al cazzo, ancora una volta mi toccherà sbrigarmela da solo. Rassegnato lo congedo, lui se ne trotterella via felice come un elefantino sorridente che scagazza a destra e a manca. Che fare, lo si manda affanculo e si ritorna amici come prima.

Humour inglese:

Sean Connery come James Bond non è credibile: un agente segreto scozzese in missione in tutto il mondo non uscirebbe mai dai negozi duty free dell’aeroporto.

Save my soul!!!

Mi ritorni in meeeeenteeeeeee… In un periodo di nostalgia per la grande tradizione melodica italiana, questa domenica mi sono avventurato in una chiesa di Battisti. Acqua azzurra, acqua chiara o mare nero mare nero mare nero? Mah. Temendo di essere convertito al volo e scagliato in qualche sacra piscina, mi sono equipaggiato di costumino da bagno blu e crema fungicida. Non si sa mai. In realtà la scena che si presenta ai miei occhi è quella di una sala spoglia e austera, niente sorgenti termali, niente addobbi. Niente fiori, fiori rosa, fiori di pesco. I banchi sono abbastanza affollati, la maggior parte dei fedeli è filippina, alla faccia delle bionde trecce, gli occhi azzurri e poi. E poi entra in scena il pastore, nei panni eleganti di un giovane figaccione, il sosia di Collin Farrell, ma con il modo di fare di Gianni Morandi. E, come ci si poteva aspettare dal loro nome, la canzone da spiaggia è il fulcro della liturgia e innumerevoli inni si susseguono intervallati da un sermone ad episodi. Il padre esaltato dirige con una mano il coro, con l’altra maneggia dal suo Mac (o forse la mela della Apple è un loro simbolo sacro) il karaoke alle sue spalle. In maniera insolita rispetto ai riti cui ho finora presenziato, gli annunci vengono fatti a metà. “Bentornato a Paul, che non si fa vedere da un paio di settimane… Eimen, preis the Lord, preis the Lord”. “Sarah, Sarah? Sì, sì, Sarah, non è Francesca, ha da poco traslocato, non sarà un’avventura. Eimen, preis the Lord. Se ti serve qualcosa, facci sapere, preis the Lord”. Che la possano aiutare è poco ma sicuro, visto che subito dopo i membri della confraternita vengono invitati a versare il dieci percento dei loro introiti. Non so se tutti lo fanno davvero, ma sicuramente le buste di plastica trasparente, così che tutti possano vedere!, che finiscono all’altare sono belle gonfie di banconote. La messa non sembra finire più: il tempo di morireee arriva dopo un’ora e mezza, inconcepibile per il tipico praticante non credente italiano. Secondo giro di offerte, stavolta per i “sacrifici”, non voglio sapere a cosa si riferiscano, e poi tutti su al rinfresco gentilmente “offerto”. Il pastore e un suo scagnozzo di colore mi accalappiano al volo nella corsia di destra, invitandomi per il pranzo. Io mi invento la scusa che devo tornare in Italia a breve e che non mi vedranno più e non voglio sentirmi legato, preis the Lord, e ho un treno che parte alle 7 e 40. Poi fuggo sulla mia motocicletta, dieci accappì, tutta cromata, è tua se dici sììììì.

Brrruuuummmm, brrrrrruuuuuuummm, bbb bruuuuummmm…

Dimmi di sìììììììììì.

Davide.

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