Ma come fanno i marinai – Chapter Ten

Caro marinaretto/a,

è proprio ora di dare una ripulita al ponte. Una delle parole più in voga nel dopofeste inglese è detox, in italiano disintoss. I bagordi e le sbronze ravvicinate reagiscono con i propositi di inizio anno ed ecco nascere questo ardente desiderio di rinascita psicofisica. L’alta stagione di tutta quella folta schiera di massaggiatori, erboristi, omeopati, dietologi e produttori di integratori multivitaminici che hanno vita facile nell’inserire la parolina magica nelle loro reclame. Sulla metro, scopri addirittura l’esistenza di cliniche per il colon cleansing, il lavaggio intestinale, la doccina magica che ti libera dalle tossine. In pratica un clisterone. Perché pagare 95 pound per farsi pompare mezzo litro d’acqua distillata su per il culo chiedilo all’”Associazione Internazionale per la Colon Idroterapia” (www.i-act.org), io al massimo me lo farei da solo a casa mia. Ma per quanto mi riguarda, sono solo un povero ignorante in fatto di detox, il mio vero campo di esperienza è l’intossicazione…

Junk Food.

Ho voluto approfondire sulla mia pelle l’argomento alimentazione britannica, per la ricerca – intendiamoci, andando scientificamente a consumare pasti cancerogeni nei vari locali da pausa pranzo della capitale. Ecco un breve resoconto:

–          Mc Donald’s: come in Italia più o meno. Degno di nota il panino servito come colazione fino alle 10 del mattino, il temibile double sausage egg, anche detto Mefisto: panino con due hamburger di maiale, formaggio e uovo al tegamino. Ho visto una filippina di mezza età accasciarsi lentamente ed esalare l’ultimo unto respiro stringendone tra le dita ancora metà.

–          Burger King: come il mac, con porzioni e prezzi di solito più abbondanti, le patatine hanno un retrogusto di videocassetta bruciata. Alcune pericolose promozioni lo rendono a volte più conveniente che cucinare a casa…

–          KFC, ovvero Kentucky Fried Chicken: il pollo deve essere stato un pollo vero, allevato in un alveare, oppure ricostruito industrialmente attaccando frattaglie macinate su ossa di seconda mano. Dopo aver sviluppato una certa immunità al fritto si presenta gradevole. Nei menu sono compresi bicchierini da caffè di fagioli in salsa al pomodoro: evitali, mio dio, evitali!

–          Il Ciàina. I piatti serviti nei takeaway cinesi sono più o meno simili a quelli venduti in Italia, e quindi non hanno niente a che fare con quello che si mangia in Cina. Per adattarsi al gusto locale, comunque, il sale è rimpiazzato dallo zucchero e viene aggiunta ovunque un po’ di brodaglia, così, tanto per il piacere dell’acquetta sporca in fondo al piatto. I cinesi di qui, poi, venendo per la maggior parte da Hong Kong e dintorni, parlano cantonese. Metti di ascoltare un balbuziente ubriaco che ha inghiottito un oboe, o un’anatra ancora viva, una forma di intrattenimento gratuita.

–          Nando’s: potentissima catena-organizzazione criminale battente bandiera portoghese. Cosa ci sia di prettamente portoghese nel riso con spezie, nel pollo arrosto e nelle patatine fritte proprio non lo so. Resta il fatto che per un italiano a Londra con budget limitato Nando’s è la salvezza: cibo decente e non troppo esotico a pochi soldi. Pericolosissimi però i gelati e le bibite “bottom up”: paghi il bicchiere e fai tutti i pieni che vuoi…

–          Le Pain Quotidien: locali legnosi e ben illuminati che alludono alla genuinità del cibo, ti dissanguano di 5 pounds 5 per una scodella di passata di chissà quale verdura, e questo è il minimo. Il piatto più ambito rimane comunque la connessione wireless che, quando non è troppo intasata, ti permette di inviare le tue newsletter a chi ti vuole bene (scusa, mi sono lasciato trasportare dall’atmosfera provenzale del luogo).

–          Pret-a-manger: due sono le promesse di questa catena pausa-pranzo, tutto quello che vendiamo è preparato all’interno del locale con ingredienti freschi, compresi i succhi di frutta, e a fine giornata buttiamo via tutto. La roba è buona, e se hai qualche amico che ci lavora dentro non ti devi più preoccupare per la cena, avrai sempre tonnellate di avanzi. Questo mi spinse nel loro centro reclutamento, dove mi toccò di fare la fila per consegnare il curriculum. Il resto è storia.

–          Eat: brutta copia del Pret, generalmente più sporco, per adattarsi credo alle abitudini locali.

–          Subway: che dire, ti fanno delle ciabattine con più o meno quello che vuoi tu e per un prezzo ragionevole. Le verdurine, l’insalatina e compagnia bella sono fresche, gli affettati e il formaggio sono prodotti del petrolchimico di Marghera. Mai visto fettine di salame così identiche una all’altra, dei professionisti. Il franchising, oltre a uniformare divise, arredamenti e cartellonistica varia, con Subway garantisce anche i locali più unti in città. Solo per ex-carcerati nostalgici.

–          Il fish & chips: il mercato del più tipico dei tipici locali gastronomici inglesi è oggigiorno spartito tra nordafricani e mediorientali, un po’ come le pizzerie. La qualità in genere è pessima, le eccezioni sono rare e nascoste. Comunque per una cifra quasi irrisoria ti porti via una porzione di patatine che nei fast food ti puoi scordare. Il fish invece lo paghi salato e non ne vale assolutamente la pena, visto che dentro quella panatura grondante olio caldo potrebbe esserci qualunque cosa che tanto non riesci a distinguerla. E anche i gestori lo sanno… uomo avvisato…

–          il pub: nella seconda casa degli inglesi il cibo è semplicemente un mero complemento alla materia prima alcolica. Panini, patatine, hamburger, dalla qualità a volte buona a volte da surgelato in microonde, accanto a pietanze più tradizionali come la salsiccia insapore sepolta in patate bollite schiacciate, la versione barbara del purè. La loro forza è il prezzo, nel senso che i clienti di solito sono così imbriaghi da non rendersi conto che per gli stessi soldi potrebbero andare al ristorante.

Insomma, ho sempre sfottuto le star del cinema che intervistate partono con il solito disco: I love Italy, I love the weather, I love the food. Adesso un po’ li capisco. Senti la gente in giro scambiarsi ricette complicatissime curate nei minimi dettagli, mentre a te basta comprare la roba e metterla a cuocere, tanto il sapore c’è già, mica lo devi creare. Pensaci la prossima volta che ti fai due spaghi!

Buon appetito, buona detox,

Davide.

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Una risposta a Ma come fanno i marinai – Chapter Ten

  1. non esiste ha detto:

    Bella visione… 😉

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